Le famiglie non credono nella ripresa: i dati di Confesercenti

18 maggio 2015, Luca Lippi
Si è parlato tanto nella scorsa settimana di ripresa, in realtà i dati che si sono rincorsi (ISTAT, INPS, gGoverno, OCSE…) hanno ridotto tutto a una girandola d’incomprensibile configurazione comunicativa.

Le famiglie non credono nella ripresa: i dati di Confesercenti
Sarà stato questo il motivo che ha indotto CONFESERCENTI a “scendere in campo” rendendo pubblici per la prima volta (16 maggio) i dati dell’indice SEF che misura la solidità economica “percepita” dalle famiglie. 
CONFESERCENTI analizza nello specifico quello che nella realtà conta per la ripresa, cioè la domanda interna; giacché il lieve e impercettibile segnale di ripresa segnalato dall’ISTAT è sostenuto dalle esportazioni, e secondo quanto da noi stessi sostenuto, se le economie che accolgono le esportazioni dovessero andare in difficoltà noi saremmo in ginocchio, diventa realisticamente fondamentale cominciare a tenere sotto controllo l’indice SEF fin troppo “snobbato” (volontariamente o involontariamente).

Oltre la metà delle famiglie italiane non percepisce la ripresa: il 56% dichiara di avere una situazione finanziaria insoddisfacente, mentre per il 14% il reddito mensile non basta nemmeno per coprire le spese indispensabili. L’indice SEF marca a maggio un valore di 55: lo stesso misurato a febbraio, ed in crescita di 2 punti su dicembre 2014.
Il problema centrale, dunque, è la domanda interna: non a caso ben sei famiglie su 10 temono che un familiare possa perdere il lavoro; quasi due terzi degli italiani (il 71%) vedono in prospettiva consumi o immutati o in calo. 
Soprattutto emerge ancora il disagio sul piano dei redditi: quasi la metà degli italiani (il 47%) ogni mese riesce appena a coprire le spese.

Intervistate sulla propria condizione finanziaria complessiva, che include redditi, debiti ed eventuali patrimoni, il 56% delle famiglie segnala ancora una situazione di disagio, con un 42% che si dice insoddisfatto e un 14% del tutto insoddisfatto.
Dagli indicatori emerge che per gli italiani la percezione della qualità della vita è insostenibile per 1 famiglia su 5 (il 21%), accettabile per il 34% degli intervistati e soddisfacente solo per il restante 45% del campione.

Complessivamente, perciò, le famiglie italiane non hanno ancora intercettato segnali d’inversione della tendenza economica.
Alla domanda se rispetto a un anno fa si viva meglio o peggio, il 46% del campione ritiene che le condizioni di vita siano peggiorate nell’ultimo anno; il 50% sostiene di non aver percepito alcun cambiamento rispetto allo scorso anno e solo il 4% afferma, al contrario, di vivere meglio.

Alla domanda su livello dei consumi attesi tra sei mesi, il 71% degli intervistati vede una situazione stabile o in peggioramento. Di questi, un cospicuo 41% risponde che sostanzialmente i consumi resteranno uguali, mentre e un altro 30% li vede in calo. Solo il restante 24% del campione esprime, invece, un segnale di fiducia prevedendo un aumento della spesa dedicata ai consumi nei prossimi mesi.

La domanda che segue è nostra (non al campione in esame ma al governo): le famiglie italiane, nonostante le dichiarazioni di propaganda, non percepiscono miglioramenti perché sono colonie di gufi oppure perché la ripresa non esiste?
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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