14mld di flessibilità all’Italia. Ma Ue non rinuncia davvero al “rigore”

18 maggio 2016 ore 21:44, Luca Lippi
Raggiunto l’accordo a vantaggio dell’Italia, stiamo parlando della flessibilità, e lo avevamo dato per scontato già la settimana scorsa parlando della lettera scritta dal Ministro Padoan alla Ue. Acquisito il riconoscimento della flessibilità per il 2016 su riforme, investimenti e migranti, sono 14 i miliardi di euro che erano necessari all'Italia per potere terminare l'anno senza fare correzioni. È molto, se si tiene conto delle resistenze molto forti in Europa. Il premier Matteo Renzi ieri a Bari ha commentato dicendo “che è ancora meno di quello che avrei voluto anche se è un accordo significativo e importante. Non è la soluzione di tutti i mali ma è l'affermazione di un principio”.
Tuttavia, noi offriamo una chiave di lettura alternativa che può sfuggire ai meno attenti.

14mld di flessibilità all’Italia. Ma Ue non rinuncia davvero al “rigore”

Nonostante le parole piuttosto dure del presidente della Bundesbank, affermazioni peraltro non troppo distanti dalla reale consistenza degli argomenti trattati, la germani di fatto ha optato per la linea morbida con l’Italia non tanto per fare un fare un favore a Renzi e agli italiani che hanno i conti piuttosto in disordine per poter essere valutati come un problemino da risolvere entro l’anno. La flessibilità concessa all’Italia è un favore concesso alla Merkel e al suo governo Cdu-Csu ormai ridotto a un cumulo di macerie.
Dall’analisi dell’editorialista Alan Posener del Die Welt emerge che la Germania non è solo il baricentro dell’Unione europea, e neppure solo la prima economia della zona euro: la Germania è il laboratorio nel quale maturano i cambiamenti più radicali della storia d’Europa. E in Germania quello che fino all’anno scorso era considerato un blocco politico d’estrema stabilità oggi è un fantasma di se stesso che ha liberato posizioni piuttosto inquietanti.
Il partito della Merkel si trova in una situazione drammatica, sotto il cancellierato Merkel sono stati persi sei governi regionali e il 25% degli elettori. Alla destra dell’Unione è nato un altro partito, l’euroscettico Alternativa per la Germania, che ha sottratto moltissimi elettori alla Cdu e alla Csu. Al supermercato dei parlamenti l’Unione Cristiano-democratica è diventata, come l’Spd, solo una delle tante offerte partitiche. Questo è non solo un problema dell’Unione di centro-destra, ma un pericolo per l’intera democrazia, tedesca.
Gli esponenti più conservatori della Cdu sbagliano quando credono che la deriva a sinistra della Cdu della Merkel sulla questione migranti abbia dato vita ad AfD, e commettono un errore ancora maggiore se pensano che un ritorno alle posizioni degli anni Settanta possa sottrarre la base ad AfD. La realtà è ben diversa: siamo di fronte a cambiamenti epocali, e il medesimo errore lo stanno commettendo altre formazioni politiche in Europa convinte di avere il consenso che invece rappresenta il dissenso che cova sotto le ceneri dell’assenteismo elettorale.
In Gran Bretagna David Cameron nella politica europea e in quella relativa ai rifugiati difende posizioni molto più a destra di quelle del circolo di Berlino, eppure non ha potuto impedire l’ascesa del partito euroscettico britannico Ukip. I repubblicani tradizionali negli Stati Uniti si trovano molto più a destra della Csu tedesca, tuttavia non hanno potuto fare altro che assistere all’ascesa di Donald Trump come candidato alla presidenza. Sono questi i segnali dei cambiamenti epocali che sfuggono alla polica 2.0 europea.
In sostanza, Alan Posener del Die Welt sottolinea che i populisti non sono la Cdu di ieri come Trump non è il repubblicano di ieri; sono qualcosa di nuovo e l’Unione di centro-destra non fa che nuocere alla propria immagine e alla propria sopravvivenza rifiutando di prenderne atto. E’ in corso un cambiamento epocale nella politica tedesca, europea, americana.
Oggi la Merkel acconsente tramite l’Eurogruppo alla flessibilità per l’Italia, ma nei fatti sta cercando consensi e capri espiatori per non doversi “accollare”il fallimento dell’Ue e della sua moneta, e non perché sia fallito il progetto, ma perché “la natura non tollera il vuoto”.
Dice precisamente Alan Posener: “stiamo assistendo al ritorno alla sovranità dei popoli e delle loro nazioni. Dei popoli e delle loro speranze. Dei popoli e dei loro giusti interessi. Siamo all’inizio di una nuova epoca, per l’Occidente”. Siamo alla solita giostra dei corsi e ricorsi storici.
E allora con una lettera il vicepresidente Valdis Dombrovskis e il commissario agli affari economici e finanziari Pierre Moscovici, in nome e per conto della Commissione europea sono pronti a concedere all’Italia la flessibilità di bilancio chiesta dal ministro dell’economia italiano, Pier Carlo Padoan. Una deroga visto che l’Italia, come previsto dalla regola del debito inserita nel fiscal compact, si era impegnata con l’Europa a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2018. 
Ebbene, gli impegni sono meno importanti delle questioni politiche, ma emerge il peccato originale dell’Unione, prima si unifica la politica, poi le norme fiscali e solo all’ultimo si compie il passo dell’Unione monetaria. Purtroppo è accaduto il contrario, e la base sta riprendendosi lentamente quello che ritiene di aver ceduto senza motivazioni concrete, e non è una questione di povertà o ricchezza e neanche una questione di immigrazione (il prezzo pagato dalla Germania all’Italia per non fare aumentare i problemi in casa), è una questione di equità, che questa Europa non ha saputo tutelare per tutti fino ad ora.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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