Tunisi, l'analista del Ce.S.I.: "Attenzione, non è la Libia. L'attacco di oggi per una strategia più grande"

18 marzo 2015, Adriano Scianca
Tunisi, l'analista del Ce.S.I.: 'Attenzione, non è la Libia. L'attacco di oggi per una strategia più grande'
L'attacco in Tunisia potrebbe essere stato organizzato da gruppi locali, non necessariamente in contatto con l'Isis ma sicuramente affascinati dalla sua propaganda. Ne è convinto Gabriele Iacovino, responsabile analisti per il Ce.S.I. (Centro studi internazionali), che, intervistato da IntelligoNews, spiega: “Si sapeva chela Tunisia non era immune dalla minaccia di gruppi jihadisti. Un numero importante di tunisini, del reso, è presente tra i foreign fighters in Siria”.

Iacovino, si aspettava un attacco terroristico proprio in Tunisia? 

«Beh, è sempre facile dirlo dopo. Sicuramente si sapeva che il contesto tunisino non era certo immune dalla minaccia di gruppi jihadisti». 

Si parla già di una rivendicazione dell'Isis... 

«E' presto per dirlo, per ora parlerei ancora di palcoscenico jihadista tunisino, che del resto dalla caduta di Ben Alì si è rafforzato e in alcune zone dell'entroterra ha sostituito lo Stato centrale. Quindi il terrorismo, lì, non è certo una novità...». 

La Tunisia è un altro degli stati coinvolti nelle famose primavere arabe. Possiamo dire che su quel fenomeno l'Occidente ha sbagliato completamente giudizio? 

«Dipende da cosa si voleva leggere in quelle situazioni. Del resto le primavere arabe non sono un fenomeno unitario. Il loro esito in Tunisia e in Egitto non è comparabile, tanto per fare un esempio». 

La presenza di tunisini nelle cosiddette brigate internazionali dell'Isis è forte? 

«Se parliamo della Siria, dato che in Libia il fenomeno dei foreign fighters è ancora scarso, direi che il numero di tunisini è importante. In Siria del resto ci sono molti marocchini, algerini e libici. Ma in Tunisia anche il fenomeno endogeno è forte e in questi anni di instabilità regionale si è rafforzato, risentendo anche del messaggio globale dell'Isis».

Intende dire che a Tunisi sono all'opera gruppi locali non necessariamente inquadrati nello Stato islamico ma che di questo possono subire il fascino e la propaganda? 

«Esattamente. Si rifanno a un messaggio che accomuna tutto l'universo jihadista. Prima questi gruppi si rifacevano automaticamente ad Al Qaeda, ora guardano all'Isis». 

L'attacco tunisino sarà l'inizio di una escalation? 

«E' presto per fare analisi. Per ora possiamo solo dire che la Tunisia non è la Libia. Nella situazione tunisina, sia pur tra mille difficoltà, c'è un percorso istituzionale avviato. C'è una struttura politica e militare. Ovviamene l'attacco di oggi può essere un'azione di una strategia più grande. Di sicuro è un forte campanello d'allarme».
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