Lupi come Berlusconi? L'Italia si divide tra peccato e reato

18 marzo 2015, Americo Mascarucci
Il ministro Maurizio Lupi deve dimettersi? Bella domanda, la stessa domanda destinata a riproporsi ogni volta che vengono alla luce vicende imbarazzanti che rischiano di minare la credibilità politica di un governo. 

Lupi come Berlusconi? L'Italia si divide tra peccato e reato
Si deve dimettere pur non essendo indagato? A detta di qualcuno sì perché non è la rilevanza penale a determinare l’inopportunità politica della permanenza nell’Esecutivo. Anzi, spesso e volentieri non sono i reati a scandalizzare l’opinione pubblica, ma piuttosto certi comportamenti disinvolti che, pur non rivestendo rilevanza penale, sono considerati disdicevoli dal punto di vista etico e morale. Si può dunque tornare alla distinzione fra giustizia ed etica, fra peccato e reato, fra ciò che non è illecito per la legge ma lo è sul piano morale? Incredibilmente in Italia desta più scandalo un ministro che possa aver raccomandato il proprio figlio facendogli ottenere dei benefici, piuttosto che un politico beccato ad intascare la mazzetta. 

Perché nel primo caso entra in gioco l’onore ferito del genitore, che ha il figlio disoccupato a casa, magari laureato a pieni voti, ma che non riesce a trovare uno straccio di occupazione perché nei concorsi c’è sempre il raccomandato che arriva prima di lui. Ecco quindi che, nell’ottica di quel genitore, il politico che approfittando della propria autorità, del proprio prestigio o del potere che è in grado di esercitare, possa aver “sistemato” il figlio, è da punire molto di più di quello che ruba; perché in fondo incassare la mazzetta da parte di un politico, è considerato quasi un esercizio di routine per il comune cittadino assuefatto all’idea di una politica sempre e soltanto sporca e di una classe dirigente comunque corrotta fino al midollo. 

Non tutti i politici sono ladri e non tutta la politica è marcia, sporca e corrotta, ma questa è l’idea dell’Italia che inchieste di successo condotte da autorevolissimi giornalisti italiani, si chiamino Sergio Rizzo o Gian Antonio Stella, si chiamino Mario Giordano o come volete voi, hanno contribuito a costruire e consolidare nell’immaginario collettivo. E allora ci si è talmente abituati ad un’idea di politica fondata sull’illegalità che l’effettiva rilevanza penale dei fatti appare del tutto superflua, quasi irrilevante. Ciò che indigna sono i comportamenti, non i reati. Ci si scandalizza del politico che viene sorpreso in macchina con una prostituta, ed ecco che improvvisamente ci si riscopre tutti bigotti, dimenticando che in uno stato laico il peccato non è reato. 

Non è forse vero che nella vicenda Ruby hanno fatto più scandalo i festini di Arcore che la presunta concussione ai danni del funzionario della Questura di Milano da parte dell’allora premier Silvio Berlusconi, concussione che poi la magistratura ha stabilito non sussistere con sentenza definitiva? Dal punto di vista penale il reato più grave era quello rispetto a tutto il resto, ma alla fine l’opinione pubblica si è scandalizzata più per i peccati che per i presunti reati. Al punto che l’assoluzione di Berlusconi in ambito giudiziario non ha impedito comunque la “censura morale” da parte dei vescovi e del mondo cattolico. Lupi dunque non è indagato eppure sono molti in queste ore nel Governo a sperare nelle sue dimissioni. Dimissioni che verrebbero a liberare l’Esecutivo dall’imbarazzo di avere un ministro che, secondo quanto emergerebbe dalle carte dell’inchiesta, avrebbe fatto pressioni per favorire il figlio. 

E sebbene ciò non costituisca reato, sul piano dell’opportunità politica assume una rilevanza dirompente, quasi distruttiva. All’irrilevanza penale fa da contro altare una forte rilevanza etica destinata a ferire molto di più di un avviso di garanzia. Anche perché in certi casi non c’è più garantismo che tenga. 
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]