Roma, laboratorio anti-Renzi. Dalle lotte fratricide per il potere degli ex An ai valori

18 marzo 2016 ore 13:45, Fabio Torriero
Andrea Augello e Vincenzo Piso con Alfio Marchini, ossia con l’antipolitica beautiful, passando per Idea (Eugenia Roccella e Gaetano Quagliariello); Maurizio Gasparri e Altero Matteoli con Guido Bertolaso, passando per il comatoso Silvio Berlusconi; Giorgia Meloni (più Fabio Rampelli), con se stessa, passando per Matteo Salvini; Francesco Storace con se stesso passando per Gianfranco Fini e Gianni Alemanno (di nuovo amici, dopo decenni di coltellate); per non parlare dell’ex sindaco di Roma (Azione nazionale), con un occhio interessato alla Fondazione Alleanza nazionale e un altro al suo prossimo libro “Verità Capitale”, nel quale dovrebbe fare luce sull’inchiesta che lo ha coinvolto.

Mai come in questo caso, le amministrative di Roma si incrociano con il centro-destra nazionale che verrà, anzi con la fine del centro-destra.
Quello che sembra sulla carta un rimescolamento politico o un sommovimento generazionale, in realtà è una resa dei conti tra dirigenti di An. Tutti di An. Una sorta di moviola della storia (parafrasando l’oracolo di Delo, “torna donde venisti”). Ma nel modo peggiore.
Lo spettacolo di ciò che resta, di ciò che resta della destra romana (si legga soprattutto la componente della destra sociale), sta evaporando (altro che golden share da monetizzare), in un gioco al massacro che porterà, salvo sorprese, a far vincere i 5 Stelle, ma neppure forse ad andare al ballottaggio, dando insperate opportunità al radical-democratico Roberto Giachetti.
Una delle reali ragioni per cui la Meloni si è candidata (e delle sue altalenanti prese di posizione delle settimane scorse), dopo aver detto no a Marchini e sì a Bertolaso, passando per Rita Dalla Chiesa? Per non veder sottratta la propria base militante da Storace (competizione a destra), e per non vedere l’affermazione di Bertolaso (al di là dei suoi autogol comunicativi ed elettorali), cioè il segno di uno schieramento di centro-destra, ancora una volta “modello-Casa delle Libertà” (modello-Silvio); uno schema “destra-centro”, che annullerebbe per sempre il riferimento ad una destra monopolizzatrice storica della Capitale.
Una pretesa ormai soltanto nella testa dei suoi interpreti retrodatati.
La verità, dispiace dirlo, è che i romani stanno assistendo unicamente a una guerra fratricida di potere, non a una guerra valoriale, in nome di programmi e riferimenti alti, non a un’idea di città e di civiltà.

Roma, laboratorio anti-Renzi. Dalle lotte fratricide per il potere degli ex An ai valori
Ricordo sommessamente che un certo Don Sturzo, fondatore del Partito popolare, nel 1952 tentò un’operazione valoriale proprio per impedire l’avanzata nella capitale d’Italia e culla della cristianità, delle forze materialiste e comuniste, ipotizzando un’alleanza politica di centro-destra contro la sinistra, rompendo con lo stesso Alcide De Gasperi (leader della Dc, partito di centro che ormai - secondo Don Sturzo - guardava a sinistra).
Non sarebbe ora il momento di “riguardare” a quei valori? Chi sono i figli e i nipoti di quel relativismo e di quel materialismo? Chi sostiene oggi le unioni civili, i matrimoni gay, le adozioni gay, il gender, il contratto prematrimoniale, il divorzio breve-lampo, il doppio cognome, lo ius soli, le depenalizzazioni a 360 gradi, la liberalizzazione delle droghe leggere? Semplice: in tutto e in parte, i candidati del Pd (fuori o dentro la nomenklatura), i candidati di sinistra (Fassina), i 5 Stelle (la Raggi), anche i prescelti dei centro-destra (a partire da Bertolaso), fino al centrista atipico Marchini. Tutti espressione diretta o indiretta del pensiero unico “radicale di massa” o de facto, della lobby Lgbt.

E non ha senso ricostruire il centro-destra ispirandosi alla Le Pen (l’asse Salvini-Meloni vs Berlusconi), e lo dice uno che la Le Pen l’ha studiata davvero (ho curato l’edizione italiana del suo libro, come ho fatto per Aznar, Sarkozy e Cameron). Non ha senso per tre ragioni:
1) La risposta al buonismo multiculturale della sinistra e cosmopolita sbracato  di Renzi, che ha fatto solo danni, non è l’identitarismo inteso come egoismo e chiusura. L’identità è un atto d’amore per la propria tradizione culturale, storica e religiosa. “Chi sa chi è” non ha paura dell’altro;
2) L’antipolitica populista è funzionale ai disegni elitari. Orchestrati proprio da quelle caste che il populismo pretende di combattere. Cos’hanno in comune? Saltano la democrazia, la rappresentanza e la mediazione democratica parlamentare. L’obiettivo di chi invece, crede nella democrazia vera e nei suoi valori identitari, è richiamare al voto chi oggi è deluso dalla corruzione, dalla mala-politica, dai vecchi partiti, chi non vota (un italiano su due);
3) Distinguiamo, poi, tra “modello Marine Le Pen” (lo Stato laicista repubblicano, giacobino, bonapartista), versione ordine (manganello) e legalità, che equipara (annullandole), le identità religiose, e il nuovo “modello Marion Le Pen”, ossia la priorità (rispetto alla cittadinanza) dei valori identitari, che trova, parole sue, nei martiri e nei santi della cristianità tradizionale, un esempio, una guida, e una stella polare anche per la dimensione pubblica e civile. Una Vandea dei nostri giorni. E dall’altra parte, c’è sempre Robespierre (il laicismo).
Argomenti che dovrebbero far riflettere pure Giorgia Meloni, nel momento in cui si appresta a ridisegnare fisicamente lo schieramento post-Silvio. In termini politici e culturali sostanziali.
Se c’è un’antipolitica autentica (contro le vecchie caste), una risposta valoriale, contro il politicamente, culturalmente e il religiosamente corretto, è stata quella piazza del Circo Massimo del 30 gennaio, la piazza del Family Day, che in pochi hanno capito, che sta prendendo forma ed è destinata a cambiare parecchie categorie e chiavi di lettura. Da quella piazza è nato il Popolo della Famiglia. Un orizzonte cui guardare con interesse e lungimiranza. Può diventare il riequilibratore e l’ispiratore valoriale della nuova politica.  

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