Yellen sulla poltrona Fed fino al 2018: come boccia l'agenda Trump

18 novembre 2016 ore 11:56, Luca Lippi
La Yellen, il potente presidente della Federal Reserve, ha manifestato tutto il suo disappunto nei confronti delle promesse del nuovo presidente degli Stati Uniti che ha la determinazione (almeno a parole per il momento) di sconvolgere il sistema fiscale e anche quello finanziario del Paese.
A questo punto è utile analizzare prima di tutto ‘l’America di Donald Trump’ almeno negli aspetti specifici che riguardano lo scontro con la Yellen.
Fisco: il repubblicano in campagna elettorale ha dichiarato di volere una politica fiscale fatta di tagli generalizzati, facendo scendere al 33% (dal 39,6%) la massima pressione per le persone fisiche e al 15% (invece del 35%) quella per le persone giuridiche. Tutto ciò si tradurrebbe in 7.200 miliardi di dollari di minori introiti fiscali nei primi 10 anni. 
Banche: poi ha promesso di avviare una forte deregulation in moltissimi settori, compreso quello bancario. Sotto esame sono la Dodd Frank e la Volcker Rule che ne fa parte e che impedisce alle banche di deposito di prendere posizioni speculative. Trump ha precisato di voler fare marcia indietro e alle banche andrebbe bene, salvo il fatto che hanno già investito miliardi per adeguare processi e strutture alle nuove norme. Ma Trump ha poi promesso di applicare una “versione da 21esimo secolo” del Glass Steagall Act, la legge che ha separato per 66 anni la banca d’affari dalle banche commerciali, abolita da Bill Clinton nel 1999. Quell’abolizione per molti è all’origine di tutti i mali bancari del XXI secolo e la sua reintroduzione farebbe bene al mercato, ma non sarebbe certamente gradita dalle banche, soprattutto quelle grandi.
Tassi e borse: Donald Trump non disdegna un rialzo del livello dei tassi, anzi. Lo desidera anche perché a suo parere il livello zero del costo del denaro ha provocato in borsa quello che per lui assomiglia a una bolla. E poi c’è Janet Yellen, entrata nel mirino perché non imparziale, il cui mandato scadrebbe nel 2018.
La risposta più stizzita che tecnica di Janet Yellen
Il presidente della Fed, nell’anticipazione scritta che ha preceduto l'audizione davanti a una Commissione del Congresso americano, spazia dalla politica monetaria fino alle future politiche del nuovo inquilino della Casa Bianca che (lo ricordiamo) ha chiesto pubblicamente le dimissioni della Yellen accusandola di essere stata troppo a servizio dell'Amministrazione Obama.

Yellen sulla poltrona Fed fino al 2018: come boccia l'agenda Trump

Secondo la numero uno della banca centrale americana, i tempi della nuova stretta al costo del denaro sono legati al miglioramento del mercato del lavoro e il recupero dell'inflazione. 
L'intervento della Yellen, immagina un'inflazione al 2% nel prossimo biennio, l'aumento dell'occupazione e prezzi dell'energia che dovrebbero sostenere la spesa delle famiglie. 
Tuttavia, "aspettare un'ulteriore evidenza non vuol dire non avere fiducia", ha sottolineato il capo della Fed, specificando come sia d'obbligo "essere lungimiranti nel determinare la politica monetaria".
Nel corso dell'intervento non sono mancati gli accenti polemici contro Trump, a difesa della riforma della finanza (la legge Dodd-Frank) varata dal presidente uscente Barack Obama dopo la crisi del 2008. "Ha molti aspetti positivi" e non sarebbe opportuno "portare indietro le lancette della regolamentazione", ha dichiarato il presidente, sottolineando che "si dovrebbe essere felici che ora il sistema finanziario è più sicuro e poggia su basi più solide".
L'indipendenza delle banche centrali, e dunque della Federal Reserve, "è di importanza cruciale" e ci sono chiari segnali di "un terribile impatto sull'economia" quando gli istituti centrali "sono sottoposti a pressioni politiche", ha spiegato infatti sul tema la Yellen, sottolineando che "ci sono prove chiare di migliori ricadute" quando le banche centrali sono indipendenti. 
Yellen ha anche detto di "credere fortemente" nel doppio mandato della Fed, che prevede massima occupazione in un contesto di stabilità dei prezzi.
Poi, la stoccata sulle intenzioni di Trump in materia di politica fiscale che rischiano di far esplodere il debito federale. 
L'amministrazione Trump deve valutare i costi e i benefici delle sue programmate misure di stimolo e concentrarsi su quelle che aumentano la produttività Usa”, ha spiegato la Yellen. 
Sulle misure di stimolo proposte da Trump e in particolare sulla riduzione delle tasse alle imprese, la Yellen chiede di "esaminare con prudenza" l'impatto che esse possono avere sull'indebitamento a lungo termine. 
Ha poi sottolineato che non ha alcuna intenzione di dimettersi prima della scadenza naturale del suo mandato.

Qualche considerazione sull'operato della Fed a guida Yellen.
In concreto la Fed negli ultimi anni ha fatto manovre del tutto insoddisfacenti, e concretamente non ha determinato niente se non una bolla di proporzioni ciclopiche.
Appena a settembre scorso (il 23 per l’esattezza) le prospettive di crescita erano state riviste al ribasso soprattutto a causa della propensione della Fed ad esagerare sempre in ottimismo, e soprattutto visto che nel 90 % dei casi hanno sbagliato previsioni. 
La previsione di Goldman il 22 settembre aveva ovviamente rivisto al ribasso l’entità dei futuri rialzi dei tassi prospettandone due il prossimo anno tre nel 2018 e quattro nel 2019 per giungere al 3 %.
Puntuale come un orologio svizzero il 23 settembre è arrivata la revisione al ribasso della Fed che ha tagliato le stime sulla crescita dell’anno in corso, ma non ha toccato quelle per i prossimi due anni. 
Il tasso di disoccupazione dovrebbe salire quest’anno, restare invariato il prossimo e quindi calare nel 2018
In particolare, per il 2016, la Banca Centrale americana attende una crescita del prodotto interno lordo all’1,8%, mentre a giugno aveva parlato di un rialzo del 2%. 
Dopo aver previsto per anni crescite al 3,5 % ora le prospettive per i prossimi anni non vanno oltre il 2 %.
Soprattutto la Fed non prevede la recessione, ma si sa quella è già tra noi, solo che la stanno nascondendo bene. Addirittura la stima di crescita per il 2019, non va oltre 1,9%.
Quindi la Fed prevede un rialzo per il 2016 (probabilmente il mese prossimo) dopo averne previsti addirittura quattro, solo due nel 2017 e forse tre nel 2018/2019. 
Ricordiamo che lo scorso dicembre si parlava di un rialzo a 1,5 % e ora forse si arriverà a 0,75 % ma non c’è da scommetterci.
In conclusione, delle prospettive future di politica economica del neo presidente degli Stati Uniti d’America disponiamo solo di parole e nulla più, della Yellen, invece, disponiamo di vasta letteratura, soprattutto di numeri, pochi, e tutti regolarmente sbagliati. 
Lavoro complicato quello di presidente di una banca centrale, un po’ meno quello di “scudiero” alle soglie della pensione dopo un mandato fatto di poco e niente. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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