Debito Usa: affari loro, ma soprattutto nostri. Occhio alle voci Btp-Bund e export

18 ottobre 2013 ore 10:07, Alfonso Francia
Debito Usa: affari loro, ma soprattutto nostri. Occhio alle voci Btp-Bund e export
Gli Stati Uniti hanno passeggiato verso il default e prevedibilmente si sono fermati un passo prima di precipitare, firmando una tregua che dovrebbe durare fino a metà dicembre. Ma l’incapacità di repubblicani e democratici di aggiustare in tempo il tetto del debito alzandolo un pochino per non far crollare la casa americana rischia di avere comunque serie ripercussioni, sulla loro ma anche sulla nostra economia.
INCERTEZZA. Il sistema finanziario internazionale si regge sul dollaro, quindi la prospettiva di insolvenza statunitense è vista più o meno come l’Apocalisse. Ecco perché i mercati sono fobici, e in queste settimane vivono nella paura. Una spending review mancata, una legge di stabilità poco coraggiosa o un piano di austerity mal congegnato bastano a gettare gli investitori nel panico scatenando tempeste finanziarie che finiscono sempre per colpire i vasi di coccio, ovvero le economie deboli come la nostra. Un semplice rinvio dell’accordo sul budget a Washington può avere quindi effetti imprevedibili sullo spread tra titoli di Stato italiano e tedeschi. CATTIVI ESEMPI. Il sistema politico presidenziale ha sempre avuto parecchi difetti, ma è la prima volta che tra questi si nota una vera e propria mancanza di leadership. Congresso e Casa Bianca si rimpallano le responsabilità, continuano a prendere tempo rinviando le necessarie riforme che permettano agli Stati Uniti di gestire il loro enorme debito pubblico. Il problema è che se la maggiore potenza economica al mondo continua a rimandare una seria discussione sulla sostenibilità del proprio sistema economico la nostra classe politica potrebbe considerare non così urgente affrontare le riforme che ci permettano di abbattere seriamente il rapporto debito/Pil. Il problema è che tra noi e gli Stati Uniti esistono alcune fondamentali differenze: loro hanno la possibilità di stampare moneta, moneta che tra l’altro è richiesta dalle economie emergenti di tutto il mondo, e riescono a finanziare il loro debito a tassi molto più bassi dei nostri. Insomma possono permettersi di spendere più di quanto producano, noi no. EMERGENZA CONTINUA. I 20 giorni di shutdown – la chiusura dei servizi pubblici non essenziali con conseguente mancato pagamento degli stipendi a due milioni di dipendenti pubblici – hanno prodotto serie ripercussioni. Secondo le prime stime pubblicate da Standards & Poor’s gli Stati Uniti hanno perso lo 0,6% del Pil, un rallentamento che avrà ripercussioni sui consumi e quindi sulle esportazioni italiane. Parliamo di cifre relativamente contenute, certo, ma se il problema dovesse ripresentarsi potremmo soffrire seriamente. Va ricordato che la nostra economia si regge per ora su un timido aumento delle vendite nei mercati esteri. Se lo shutdown dovesse verificarsi ancora a febbraio, quando l’accordo sull’innalzamento del tetto andrà rinegoziato, le nostre speranze di ripresa o almeno di contenimento della decrescita potrebbero infrangersi definitivamente. CAOS DA EST. Il tifone americano potrebbe colpire l’Europa e anche l’Italia passando non dall’Atlantico ma dal Pacifico. In questo momento il Giappone è alle prese con una rischiosissima riforma economica basata su una politica monetaria estremamente espansiva e sull’aumento delle esportazioni. Se il mercato americano dovesse diminuire le importazioni dal Sol Levante la terza economia al mondo rischia il default. Con conseguenze immaginabili per l’Europa e il suo molle ventre mediterraneo.
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