Con la penna del Papa Abu Mazen firmi i fatti, non i buoni propositi

18 ottobre 2013 ore 11:37, Americo Mascarucci
Con la penna del Papa Abu Mazen firmi i fatti, non i buoni propositi
“Spero con questa penna di firmare la pace con Israele”. Sono state le parole pronunciate dal presidente palestinese Abu Mazen di fronte a Papa Francesco durante l’udienza in Vaticano, nel corso della quale il Pontefice gli ha fatto dono della penna ufficiale della Santa Sede.
Naturalmente il Papa non ha potuto far altro che “sottoscrivere” l’auspicio e sollecitare una rapida, quanta positiva, conclusione dei negoziati, ripresi da tempo sotto l’egida del neo segretario di stato americano John Kerry. Tuttavia di auspici in questi anni se ne sono sentiti tanti, tutti puntualmente disattesi. Yasser Arafat ha pure ricevuto nel 1994 il premio Nobel per la pace, insieme ai leader israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin, per gli importanti passi avanti nel percorso di avvicinamento fra i due popoli, reso all’epoca possibile attraverso una fattiva bilaterale azione diplomatica. Sembrava il preludio ad una svolta, poi l’assassinio di Rabin per mano di un ebreo fanatico, ha interrotto il percorso quando stava dando i primi frutti. Se è vero che con la morte di Rabin hanno preso il sopravvento in Israele i falchi guidati da Ariel Sharon contrari a cedere posizioni in favore dei palestinesi, è altrettanto vero che da parte di Arafat è stato assunto un atteggiamento sempre più ambiguo e contraddittorio. Il leader palestinese, morto nel 2004, si è dimostrato poco convincente nell’azione di contrasto al terrorismo e nell’arginare l’estremismo di Hamas. Lasciò libero di operare lo sceicco Yassin guida spirituale dei terroristi che alla fine fu eliminato dai missili di Israele, non certamente dall’azione di Arafat. Quando il premier laburista Ehud Barak, sfidando l’opposizione del Likud, per soddisfare i desiderata dell’allora presidente Usa Bill Clinton, si disse disponibile a riconoscere uno stato palestinese comprendente la Cisgiordania e la striscia di Gaza con capitale Gerusalemme est, Arafat rifiutò l’offerta rivendicando la sovranità sull’intera città di Gerusalemme. Una posizione inspiegabile che ebbe come inevitabile ripercussione la ripresa dell’Intifada. Il suo successore Abu Mazen più volte ha ribadito la volontà di dialogare con Israele e portare a compimento il processo di pace. C’è da sperare che, diversamente dal predecessore, alle parole e alle buone intenzioni faccia seguire i fatti evitando di piangere lacrime ipocrite di fronte alle legittime azioni di difesa compiute da Israele per difendersi dagli attacchi terroristici. Perché, se è vero che i palestinesi hanno il diritto di rivendicare il riconoscimento di un proprio stato, libero e indipendente, è altrettanto vero che Israele ha il diritto di vivere in sicurezza nei territori che gli sono stati riconosciuti nel 1948 dall’Onu e in quelli che ha conquistato sul campo. E fino ad oggi, se si vanno a contare le vittime, al di là della facile propaganda, gli israeliani sono quelli che hanno pagato il prezzo maggiore in termini di vite umane.
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