Manovra senza 'equità': squilibri fra risparmio e investimenti

18 ottobre 2016 ore 14:06, Luca Lippi
La Legge di bilancio per il 2017 è stata presentata dal Presidente del Consiglio, come una manovra orientata allo Sviluppo e all’Equità.
Tagliando la testa al toro, la Scienza Economica indica come provvedimeti adeguati allo ‘sviluppo’ misure strutturali che non ci sono, e per quanto riguarda l’’equità’ ci sono diverse criticità che sono state sottolineate dalla professoressa Chiara Saraceno, professoressa di Sociologia della Famiglia e dal 2000 al 2001 ha rappresentato l'Italia nel Social Protection Committee della UE.
In sintesi, la legge di bilancio 2017 stanzia quasi 2 miliardi per le pensioni e solo 600 milioni per il sostegno alle famiglie con figli. Ma le risorse non sono l’unico problema. La frammentazione degli interventi finisce per portare alla riproduzione intergenerazionale e territoriale della disuguaglianza. 
Andiamo ad analizzare nel dettaglio seguendo per l’ equità le riflessioni della Professoressa Saraceno e per lo sviluppo la scienza economica.
Equità
Secondo la Saraceno “I piccoli passi vanno bene, sono ragionevoli, purché si muovano in una direzione coerente, massimizzando l’efficacia e, stante che si parla di equità, evitando di introdurre nuove forme di disuguaglianza tra cittadini”.
Su questi aspetti la manovra è particolarmente carente, “la distribuzione delle risorse riservate alle politiche sociali: sette miliardi in tre anni, di cui un miliardo e novecento milioni già nel 2017, sono impegnati solo per l’intervento – di fatto assistenziale – sulle pensioni. Con ciò si ipoteca in modo definitivo quella riforma del sistema assistenziale preannunciata per il 2017”.
È piuttosto concreta la professoressa quando ammoinisce cheContinueremo ad avere un sistema frammentato, categoriale, parziale e fortemente squilibrato a favore dei pensionati, nei confronti dei quali aumenta ulteriormente la già accentuata eterogeneità dei trattamenti assistenziali – pensione sociale, integrazione al minimo, maggiorazione sociale, quattordicesima, e altro ancora – senza riuscire a evitare che una parte di loro si trovi in povertà, mentre altri beneficiano di trattamenti di fatto assistenziali senza averne bisogno”, e in questo si appella alle evidenze del rapporto Irs/Capp Verso un welfare dei diritti, e all’ultimo Rapporto annuale dell’Inps.
Con particolare riguardo alla disattenzione dell’Esecutivo nei confronti dei nuclei familiari con figli, la professoressa Saraceno afferma: Al di fuori dell’assistenza ai pensionati con pensioni basse – ma non necessariamente redditi e tanto meno Isee bassi – della sanità e dell’embrione di sostegno alle famiglie molto povere con figli, nella legge di bilancio come fin qui configurata, poco rimane per altri interventi.
All’insieme delle famiglie con figli, il soggetto sempre blandito a parole, ma costantemente mantenuto nella posizione di cenerentola delle politiche sociali nel nostro paese, infatti, sono destinati seicento milioni in tutto, da suddividere ulteriormente tra bonus, premi (?) e voucher per pagare il nido, introducendo un ulteriore frammento incoerente alla giungla (per criteri di accesso) inefficiente e inefficace di sostegni al costo dei figli. Eppure giace in Parlamento, al Senato, una proposta di legge firmata da diversi senatori della maggioranza che prevede, come è logico e opportuno, una razionalizzazione e unificazione di tutti i frammenti eterogenei, per arrivare a uno strumento di sostegno effettivo lungo tutto il periodo della crescita, e non solo nei primi anni di vita, così come avviene nella maggior parte dei paesi europei. La maggior parte dello scarso sostegno sembra, infatti, concentrata sui più piccoli, fino ai tre anni. Come se non si sapesse che il costo dei figli aumenta, non diminuisce, con l’età e che i loro bisogni di crescita e sviluppo delle capacità possono essere solo parzialmente soddisfatti dalla scuola, anche ‘buona’ – una scuola che, per altro, richiederebbe maggiori e più mirati investimenti, per riequilibrare le diseguaglianze di partenza, a partire dai servizi per la primissima infanzia.
Non sarà il rinnovo del ‘bonus cultura’, i 500 euro destinati ai diciottenni (per altro senza aver fatto alcuna verifica sul modo in cui sono stati spesi e sulla loro efficacia) a riequilibrare una impostazione così fortemente squilibrata a sfavore delle giovani generazioni. Così come non basterà il voucher asilo nido per creare nidi della qualità necessaria per mettere tutti i bambini su un piano di parità ai blocchi di partenza del loro sviluppo. Senza contare che per avere il voucher per il nido occorre che la madre abbia un lavoro. Il che esclude tutte le inoccupate e disoccupate (e i loro figli), tra cui sono sovra-rappresentate le donne a bassa istruzione, specie se vivono nel Mezzogiorno: proprio quelle, e i loro figli, su cui sarebbe più necessario investire per contrastare i rischi di povertà e di riproduzione intergenerazionale (e territoriale) della disuguaglianza”.

Manovra senza 'equità': squilibri fra risparmio e investimenti

Sviluppo
Anche nel caso dello ‘sviluppo’ il riferimento è conseguente al presunto eccesso di impiego nelle pensioni, in questo caso abbandoniamo il parere della professoressa Saraceno e facciamo riferimento esclusivamente alla Scienza economica.
Per correggere gli squilibri che assillano la nostra politica economica interna, è necessario mettere in atto politiche strutturali che mirino da un lato a ridurre la propensione al risparmio eccessivo e, dall’altro, a incoraggiare gli investimenti, pubblici e privati. 
Ad esempio, per ridurre l’eccesso di risparmio, di natura precauzionale e determinato in larga parte dall’evoluzione demografica, è necessario favorire l’allungamento dell’età lavorativa. 
E’ proprio l’esatto contrario della contro-riforma pensionistica adottata dal governo tedesco (ma che gode di una liquidità elevata per cui può permettersi di finanziarsi la campagna elettorale con provvedimenti ‘adulatori’); tuttavia la stessa cosa non è possibile nel nostro Paese e in questo senso la riforma del sistema pensionistico rema a sfavore dello sviluppo in Italia.
È impopolare come discorso, ma i numeri non hanno sentimenti! Anche i bonus non producono assolutamente nulla e deteriorano le risorse economiche.
Per far crescere gli investimenti, soprattutto nel settore privato, è necessario attuare riforme che aprano i mercati a nuovi investitori e riducano le posizioni di rendita monopolistiche. Per favorire gli investimenti pubblici, bisogna riqualificare la spesa, tagliando quella corrente.
Queste misure sono in larga parte di competenza dei governi nazionali. 
Ogni anno l’Unione europea indirizza agli stati membri delle raccomandazioni precise, ma che vengono in gran parte ignorate, talvolta derise. Il risultato è che ciascun paese mette in atto le proprie misure senza tener conto del contesto esterno, senza coordinarsi con gli altri.
Per rafforzare la crescita in Europa è necessario rafforzare la procedura, renderla più incisiva. 
È giusto che ci si crei uno spazio per imporre una revisione dei Trattati, ma questo deve essere fatto, richiesto e preteso per favorire una iniziativa politica di ampio respiro, che spinga gli stati membri ad indirizzare le loro politiche non solo agli obiettivi interni ma anche a ridurre gli squilibri esterni e a generare una crescita sostenibile dell’intera area.
Una tale iniziativa sarebbe coerente con le indicazioni del G20, del Fondo monetario internazionale e della Bce. Richiede tuttavia il sostegno dei principali paesi europei, che devono dimostrare la loro volontà a persegue l’interesse generale dell’Unione, piuttosto che cercare di trarre dalle regole esistenti vantaggi per il proprio paese.
Continuare sulla linea attuale crea solamente voragini insanabili e soprattutto acredine fra un’Europa che nella sostanza non è mai nata se non nelle carte fisiche dei sussidiari di scuola.
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro non sulle pensioni.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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