Iri: l'imposta fissa che non fa risparmiare, soprattutto le P.Iva

18 ottobre 2016 ore 13:36, Luca Lippi
È in arrivo (ma deve superare l’iter Parlamentare ancora) l’ imposta sul reddito dell’imprenditore  lasciato in azienda (Iri) che di fatto equipara le ditte individuali alle società di capitali, applicando una tassazione ad aliquota fissa (al 24% come l’Ires, che invece si riduce) a differenza degli utili distribuiti all’imprenditore (ai quali si applica Irpef progressiva). Vediamo in dettaglio cosa cambia e come si applica l’Iri.
Iri
L’Iri si applica al reddito lasciato in azienda da qualsiasi tipologia di impresa, comprese società in nome collettivo, società semplici, società di fatto e ditte individuale, tutte realtà che oggi prevedono tassazione Irpef, quindi aliquote progressive fino al 43%. 
Dal 2017, invece, gli utili delle società di persone, come quelli delle Spa o delle Srl, saranno soggetti a tassazione d’impresa con aliquota fissa al 24%. 
Come si calcola la base imponibile
Si sottrae dal reddito d’impresa la quota eventualmente distribuita (alla quale si applica l’Irpef), e si applica l’Iri al 24%.
Esempio: impresa individuale con reddito di impresa di 40mila euro, di cui 15mila prelevati dall’imprenditore. Oggi paga un’Irpef pari a 11.520 euro, l’Iri 2017 al 24% sarà invece 9.450 euro. Vantaggio fiscale: 2.070 euro.
Altro esempio: impresa individuale con reddito di impresa di 40mila euro e prelevamento da parte dell’imprenditore di 28mila euro. Irpef dovuta con le attuali disposizioni: 11.520 euro, Iri 2017 a 9.840 euro. Vantaggio fiscale di 1.680 euro.

Iri: l'imposta fissa che non fa risparmiare, soprattutto le P.Iva

Chi benficia dell’Iri?
Secondo la Cna sono oltre mezzo milione le imprese che trarrebbero beneficio dall’Iri 2017.  Le elaborazione dell’associazione imprenditoriale mostrano che il 19,4% delle imprese individuali, quasi 400mila soggetti con reddito complessivo Irpef superiore a 30mila euro, avrebbero un beneficio grazie all’applicazione dell’Iri. Fra le 820mila società di persone, invece, il beneficio riguarderebbe invece poco meno di 126mila imprese. In tutto, oltre mezzo milione.
Secondo il parere di Claudio Carpentieri, responsabile ufficio politiche fiscali del Cna l’Iri: “consentirebbe di uniformare i criteri di tassazione del reddito prodotto dalle imprese personali (imprese individuali e società di persone) con quello delle società di capitali. In particolare, anche le imprese personali avrebbero finalmente un’imposta propria, con una tassazione proporzionale ad aliquota ridotta dei redditi lasciati in azienda e destinati agli investimenti, allineata alla tassazione Ires delle società di capitali”.
Un primo punto critico, è il trattamento economico del professionista preposto alla tenuta delle scritture contabili, i costi per il professionista si alzano enormemente e sull’anno già incidono per circa 3000€ mese escluse dichiarazioni ed eventuali ricorsi. Con l’adozione dell’Iri il professionista eleverà il compenso ai livelli di una tenuta di scrittura contabile per società di capitali.
Chi ci perde sicuramente
I liberi professionisti, i commercianti con una ditta individuale e in generale gli imprenditori che vivono del proprio lavoro. In particolare, ci perdono le Partite Iva con il regime dei minimi o altri regimi forfettari.
Per calcolare quanto conveniente sia la nuova Iri introdotta con la manovra di bilancio 2017 bisogna prendere in considerazione tutta una serie di fattori, tra cui l’entità del reddito, che determina il confronto con l’aliquota Irpef, ma anche l’incidenza degli utili prelevati dall’imprenditore. 
Per togliersi dall’incertezza della scelta, basta aumentarsi lo stipendio e mettere le somme in eccesso sotto il materasso. 
È un paradosso, ma è la soluzione che chiunque adotterebbe per evitare di pagare meno tasse, è piuttosto ovvio. Limitare questa pratica riducendo l’uso del contante produrrebbe solo più lavoro nero.
Per calcolare quanto conviene e volere seguire le normali procedure fiscali, prima di optare bisogna calcolare le addizionali locali all’Irpef (assorbite dall’Iri per chi la sceglie) e la presenza di detrazioni “personali” o altri redditi dell’imprenditore. 
Il Sole24Ore ha riportato l’esempio di un’impresa-tipo di autotrasporti, che nel modello Unico 2018 potrebbe scegliere di ricorrere alla nuova Iri. 
Sempre che la tassazione separata convenga. Dopo aver tenuto conto del livello del reddito, della quantità di “prelievi” di utili effettuata dall’imprenditore, dell’incidenza delle addizionali all’Irpef, che varia da regione a regione, della presenza di detrazioni personali e di altri redditi accanto a quello d’impresa, un altro “fattore determinante è l’incrocio tra aliquote e base imponibile”.
Chi opterà per lasciare le cose come stanno e rifarsi alla tassazione ordinaria, spiega il giornale, di norma pagherà aliquote più alte, “perché anche chi ricade nel primo scaglione Irpef (23%) deve spesso aggiungere l’addizionale comunale e regionale, con un’incidenza media intorno al 2% e punte molto più elevate in alcune zone”. “A Roma, ad esempio, l’Irpef comunale è allo 0,9% (con esenzione per redditi fino a 12mila euro), mentre quella regionale all’1,73% fino a 15mila euro e al 3,33% per importi superiori. Al tempo stesso, però, la tassazione ordinaria offre il vantaggio di poter dedurre dall’imponibile i contributi previdenziali e “scaricare” sull’Irpef lorda eventuali detrazioni personali (ad esempio per spese mediche, mutuo o figli a carico)”. 
Stante così le cose , bisogna rapportare le esigue somme risparmiate ai costi aumentati della tenuta delle scritture contabili, oltre la marea di carta in più e la confusione (il contrario della semplificazione) del passaggio che nella prima fase procurerà certa confusione e accertamenti da parte di equitalia che inevitabilmente subirà la lentezza degli Enti locali a regolare le nuove posizioni (il riferimento alla quota irpef comunale e regionale che di colpo scompare dalle evidenze della contabilità).
In conclusione
In sintesti chi dovesse prelevare un importo importante degli utili per impiego personale (è il caso soprattutto degli imprenditori individuali che vivono del proprio lavoro) potrebbe avere una scarsa convenienza a scegliere l’Iri, proprio perché gran parte del reddito cadrebbe comunque nella tassazione ordinaria.
In più, subentra che l’Iri è riservata solo a chi esercita attività d’impresa in contabilità ordinaria. Quindi le imprese in contabilità semplificata dovrebbero rinunciare ai vantaggi in termini di adempimenti e di tenuta dei registri per poter accedere alla tassazione proporzionale.
Senza contare il fatto che chi usufruisce già di regimi agevolati, come tutte le partite Iva con un’imposta unica minima del 15%, ha già il diritto a una tassazione sostitutiva (quindi comprensiva di imposte sui redditi, addizionali e Irap) e non avrebbe alcun interesse a passare alla nuova Iri, dal momento che non risulterebbe conveniente.

autore / Luca Lippi
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