Omaggio a Re Giorgio, l'uomo del presidenzialismo de facto

19 aprile 2013 ore 12:47, Francesca Siciliano
Omaggio a Re Giorgio, l'uomo del presidenzialismo de facto
Siamo agli sgoccioli di un settennato quirinalizio, a poche ore dalla conclusione del mandato di Giorgio Napolitano, l'“inglese”. Re Giorgio, come lo definì il Times per l'altezzosità, lascia il Quirinale dopo un mandato duro, complicato e intricato. Ma forte di essersi guadagnato “sul campo” anche la stima degli avversari. Napolitano-style, il suo. Quello che ha caratterizzato il settennato e nel cui solco in questi giorni si appresta ad uscire di scena. Da una scena politica complessa e articolata che l'ha visto protagonista di situazioni spinose, deus ex machina di quella che è passata alla storia come la “mossa del Cavaliere”, dando mandato a Monti di formare il governo.
Nomen omen: napoletano d'origine, ma poco partenopeo nel senso più popolare del termine. Riservato (al Colle, a parte il suo stretto entourage, quasi non lo conoscono), introverso e discreto. Non amava apparire. Un Presidente mai sopra le righe, scrupoloso, sobrio quanto basta, garbato nei modi. Uomo tutto d'un pezzo, figlio di un novecento romantico e cavalleresco, ma al contempo ideologico. Un profilo politico e istituzionale talmente elevato, il suo, da indicarlo per un secondo mandato al Colle. Secondo giro presidenziale, però, che lui stesso non ha mai voluto prendere in considerazione: «Sette anni al Colle bastano e avanzano: un bis non è stato pensato dai padri costituenti» ha risposto a chi reclamava la sua permanenza salvifica, quasi a voler  cristallizzare il tempo, esorcizzando i troppi problemi da affrontare nel futuro sempre più nero che il nostro Paese si trova in procinto di affrontare. Comunista “di nascita” (ma non duro e puro) fu il primo dirigente del Pci a recarsi negli Usa; grande ammiratore della cultura anglosassone e proprio per questo autorevole nella sua proiezione internazionale, Oltreoceano e in tutta Europa. Spartiacque, nella sua carriera politica, l'elezione al Quirinale. Che in un batter d'occhio lo trasformò dal dirigente comunista che all'indomani dell'invasione dell'Urss a Budapest si profuse in elogi alla “stabilità sovietica”, alla consacrazione, in quel 10 maggio 2006, come il “Presidente di tutti”. Anziano (eletto nel 2006 all'età di 81 anni) come di norma nella cultura presidenziale italiana, ma aperto al nuovo, attento ai diritti civili, progressista e convinto sostenitore dell'universalità dell'etica e della morale. Laico, quello sì, ma «curioso dei problemi dell'anima» e mai irrispettoso nei confronti della Chiesa Cattolica e di Papa Ratzinger, che incontrò in varie occasioni volendo costruirci un rapporto. Ha iniziato il mandato con il voto di astensione di un Pdl che gridò allo scandalo per l'elezione un “presidente comunista” e tra l'incredulità dei “compagni”. Una partenza difficile, lenta a carburare come quella di un diesel. Ma che in pochissimi mesi ha impresso un ritmo in controtendenza rispetto alla politica, senza sbavature né macchie. Al punto da riuscire a conquistarsi  l'attenzione dell'opposizione e dei cittadini – interpretandone perfino i bisogni “di pancia” - e gioendo con loro a Berlino per la vittoria degli azzurri di Lippi nella Coppa del Mondo. E non si è fatto sopraffare neppure dal marciume della politica degli ultimi anni. Con aplomb squisitamente britannico, e senza perdere neanche per un attimo la calma, seppe duellare abilmente con il Cavaliere, costretto nel 2011 a gettare la spugna incalzato da mercati e speculazione. Nel bene e nel male seppe destreggiarsi dal fuoco amico, dai suoi stessi “compagni”, perché reo di favorire troppo i “rivali” pidiellini (come nel caso del lodo Alfano). Ma si fece perdonare con il suo capolavoro politico: la nascita del governo tecnico di Monti che riuscì ad evitare all'Italia il default dettato dalla crisi internazionale e che fece restare il Cavaliere fuori dall'agone politico per oltre un anno. Leitmotiv di tutta la sua azione settennale (a suon di moniti) è stato l'assidua ricerca del dialogo fra le forze politiche. Dopo i primi due anni passati alla ricerca di equilibrio per il “malaticco” governo Prodi, definitivamente stroncato nel febbraio del 2008, ha assistito all'ennesimo ritorno del Cavaliere a palazzo Chigi, spendendosi nel tentativo di arginarne l'attivismo con una moral suasion degna di un diplomatico consunto. E c'è riuscito perfino con il “pestifero” Grillo, domato come un agnellino il giorno delle consultazioni. Odi et amo. Perché i suoi maggiori detrattori parlano di incipit e piglio, il suo, da fautore di una Repubblica presidenziale e lo accusano di aver interpretato in maniera esasperatamente estensiva le prerogative dettate dalla Costituzione. Al punto che mentre in queste ore il Parlamento è spaccato e dimostra la bassezza della sua classe politica nel maldestro tentativo di eleggere un “presidente condiviso”, lui resta lì, "alla finestra". A guardare quel gioco all'interno del quale non ha più voglia di restare, felice di uscirne. Ma consapevole di aver dato il la a una nuova interpretazione di presidenzialismo.
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