Franchi (sinistri) tiratori. C'è lo zampino di Baffino

19 aprile 2013 ore 19:30, Domenico Naso
Franchi (sinistri) tiratori. C'è lo zampino di Baffino
Solo il Partito Democratico, tra Camera e Senato, ha 400 seggi. Se poi contiamo l’intera coalizione di centrosinistra, si arriva a 496. Ne mancavano solo 8, insomma, per raggiungere il fatidico quorum che avrebbe portato Romano Prodi al Quirinale. C’è più di qualcosa che non torna, dunque, nel risultato deludente del professore bolognese al quarto scrutinio: 395 miseri voti. È una debacle che sa di bruciatura e chi ha appiccato il fuoco va cercato tra le mura amiche.
I principali indiziati sono due: il gruppo di stretta osservanza dalemiana e un drappello di franchi tiratori di Sel. Massimo D’Alema non è nuovo allo sport del “tiro a Romano”. Lo ha già fatto fuori nel 1998, sostituendolo a Palazzo Chigi dopo il patto con Francesco Cossiga. I due non si sono mai amati e il Professore, giustamente, non si è mai fidato. I 15 voti arrivati a D’Alema nel corso della quarta votazione (e i tanti voti dispersi) sembrano un segnale chiarissimo: è il leader Massimo a tirare le fila dell’intricatissimo gioco quirinalizio. E Romano Prodi non può andargli bene. Resta da capire se la strategia dei dalemiani preveda la discesa in campo del loro leader come salvatore della Patria, pronto a ricompattare il partito e ricucire con il centrodestra, ascendendo al Colle più alto circondato dall’aura dell’eroe o se, piuttosto, non ci sia già pronto un altro nome, un asso nella manica da giocare al momento opportuno, magari già domattina. Ragionando quasi di fantapolitica, c'è chi sospetta che siano stati addirittura i renziani a bruciare una candidatura che avevano appoggiato per primi, forse per indebolire ancora di più la dirigenza del partito. E forse in accordo proprio con D'Alema... Ma la fuga più imponente dalla fortezza di centrosinistra ha beneficiato Stefano Rodotà, che ha raccolto ben 50 voti in più del numero di parlamentari del Movimento 5 Stelle. Molti dei quali, c’è da scommettere, sono arrivati da Sel, anche se l’ala estrema del Pd potrebbe aver scelto il giurista dall’immacolato pedigree di sinistra, sicuramente più affine del cattolico democratico Romano Prodi. Le quotazioni di Rodotà salgono, dunque, ma perché riesca a spuntarla serve che il Partito democratico decida di fidarsi di Beppe Grillo e ammettere pubblicamente che il Movimento 5 Stelle ci aveva visto lungo. Comincia una notte di riflessioni (e di rese dei conti implacabili) per la sinistra italiana. L’ennesima seduta di autoanalisi, l’ennesimo psicodramma di una squadra confusa che non riesce a segnare neppure a porta vuota.
autore / Domenico Naso
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