Roma, Totti il simbolo di un "problema antropologico": le critiche da Battista in giù

19 aprile 2016 ore 14:58, Americo Mascarucci
Forse ha ragione Pierluigi Battista nel definire una "guerra antropologica" lo scontro in atto fra il tecnico della Roma Luciano Spalletti e "Er pupone" Francesco Totti.
Uno scontro fra il "tecnico" aplomb di chi è chiamato a dirigere una squadra di calcio puntando esclusivamente ai risultati e l’idolo di un popolo, Totti appunto, uno che "parla come magna" e soprattutto sa incarnare alla perfezione la romanità tipica di Ettore Petrolini, Aldo Fabrizi, sora Lella e Checco Durante.  
"Luciano Spalletti – scrive Battista sul Corriere della Sera - ha preso di mira il simbolo della romanità calcistica, Francesco Totti, per tutti l’amatissimo, l’idolatrato, il veneratissimo "Pupone", per non farsi abbindolare dai riti e dai ritmi della Capitale. Ne ha fatto la sintesi umana dello sconfittismo giallorosso (dieci anni di figuracce, ha detto), e del languore delle ore piccole, della bella vita, della pigrizia (come giocare a carte fino alle due di notte prima della partita, ha detto). Tra Spalletti e Totti si inscena uno spettacolare duello antropologico. 
Spalletti detesta Roma perché la sua essenza morale le impedisce di vincere. E infatti ce l’ha anche con un’altra icona dell’antropologia romanista: Daniele De Rossi. Contro Roma ha già perso la panchina una prima volta. Ora basta, Roma la molle, Roma l’incantatrice, Roma con le sue luci, i suoi colori, la sua musica, le sue notti, le sue feste, la sua testa poco concentrata sulla vittoria in campo, stavolta deve piegarsi all'uomo venuto da un altro mondo. Geograficamente non molto distante: la Toscana. Ma mentalmente lontano come due pianeti che non si guardano". 

Roma, Totti il simbolo di un 'problema antropologico': le critiche da Battista in giù
Spalletti l’alieno dunque, lo straniero, quello che appunto non c’azzecca niente con la Capitale ma è qui per svolgere una missione, per onorare l’impegno di far vincere il club giallorosso e che il consenso cerca di crearlo con i risultati in campo non sulla propria personalità, sulla simpatia, adeguandosi alla romanità tipica del tifoso giallorosso. Totti invece è esattamente il contrario, lui il consenso lo cerca identificando la Roma con se stesso, quasi a voler dimostrare come fra lui e Spalletti, il romano sia solo e soltanto lui,  l’uomo del (suo) popolo.
Battista aggiunge: "Spalletti deve stare attento a non capovolgere i significati dell’atteggiamento di Totti, perché uno "sticazzi" equivocato potrebbe stenderlo. I romani credono di saper tutto, guardano tutto con cinismo e dall'alto della città che loro amano chiamare "eterna". Si dice che tra gli impiegati romani dei ministeri si affermi che i ministri passano, ma i ministeri restano. Stia attento Spalletti perché i tifosi giallorossi pensano che, in fondo, gli allenatori passano ma la "Maggica" resta per sempre. E se qualcuno obiettasse: ma dai, di romani romani non ne esistono più, sono tutti immigrati e figli di immigrati, la risposta sarebbe: appunto, proprio perché non lo sono giocano a fare i romani di infinite generazioni, tutti discendenti del marchese del Grillo, anche se vengono dalla Marsica, dalle Puglie o dalla Campania".
Fin qui Battista, ma alla fine come detto ciò che conta sono i risultati. E allora fra il tecnico che punta a vincere anche a costo di sacrificare il simbolo della romanità giallorossa e Totti che cerca di resistere a quella inevitabile rottamazione destinata a coinvolgere prima o poi anche i grandi miti, forse al di là del sentimentalismo, della goliardia, della genuinità, della simpatia e e del popolarismo, è proprio Spalletti quello che in questo braccio di ferro sta dalla parte giusta. E se diversamente a Totti risulta antipatico e allergico ai riti e alle tradizioni romani facendo di tutto per mantenersi estraneo alla matriciana, alla coda alla vaccinara, ai rigatoni alla pajata, alla trippa, ciò è proprio per provare a restare dalla parte giusta.

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