Per i “gufi” di Bankitalia il Jobs Act ha creato solo l’uno per cento di nuovi posti

19 febbraio 2016 ore 12:31, Luca Lippi
Come avevamo anticipato in tempi non sospetti, il potere del contante non ha alcuna opposizione, neanche se la forza uguale e contraria è quella di una riforma promossa da un governo centrale. Eravamo matematicamente certi che gli incentivi fiscali avrebbero soppiantato la spinta propulsiva del Jobs Act e spaventa perché le riforme tendono a strutturarsi gli incentivi no. Quindi il futuro del mercato del lavoro, non è proprio roseo. 
A preoccupare non sono tanto le nostre logiche conclusioni (uno più uno fa ancora due salvo diversa decisione in sede europea anche su questo), quanto il conforto di uno studio di Bankitalia, questo sottolinea che le riforme del mercato del lavoro attuate dal governo Renzi hanno sì contribuito a far crescere il numero di assunzioni a tempo indeterminato, ma gli effetti positivi sono principalmente legati agli incentivi fiscali concessi alle aziende piuttosto che all’impianto generale del Jobs Act.

Per i “gufi” di Bankitalia il Jobs Act ha creato solo l’uno per cento di nuovi posti
Osserviamo nel dettaglio l’analisi dei tecnici di bankitalia. L’affermazione di Bankitalia è una “gufata” di proporzioni epiche, non perché si di cattivo auspicio, ma perché Renzi si è sempre prodigato a difendere la riforma sul lavoro additando a guisa di Gufi tutti coloro che ne contestavano la validità. Bankitalia ora offre “la stura” ai detrattori (oppositori, sindacati e ampie frange di opinione pubblica) secondo i quali il Jobs Act è solamente un regalo enorme alle aziende oltre un potere esagerato in cambio di quasi nulla, considerato l’esborso per gli incentivi ed il numero effettivo di nuovi posti di lavoro.
Paolo Sestito, capo del servizio Struttura Economica di Bankitalia, e Eliana Viviano hanno utilizzato nello studio in questione dati provenienti dal Veneto e relativi ai mesi tra gennaio 2013 e giugno 2015. I due ricercatori scrivono che circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute in quel periodo sono attribuibili ad almeno una delle due misure. “Le due politiche hanno avuto successo sia nel ridurre il dualismo del mercato sia nello stimolare la domanda di lavoro, anche durante una recessione caratterizzata da un’altissima incertezza macroeconomica”, scrivono gli autori. Questo effetto positivo è però quasi interamente spiegato dall’introduzione degli incentivi fiscali, mentre la combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Poiché questo tipo di contratti sono un quinto delle nuove assunzioni nel campione, i ricercatori trovano che il Jobs Act ha contribuito a creare appena l’1% dei nuovi posti. L’incentivo è stato notevolmente ridotto per quest’anno, portandolo dal 100% al 40%, e tagliandone la durata a due anni invece di tre. E la domanda nasce spontanea: una volta terminati gli incentivi – al netto della spesa per le casse dello Stato – cosa potrà accadere ai lavoratori nel frattempo assunti senza più la copertura dell’articolo 18? Di certo per licenziarli basterà un indennizzo.
In conclusione, il Jobs Act non ha raggiunto gli obbiettivi di far crescere l’occupazione e incentivare i contratti a tempo indeterminato, e non è solo una considerazione “ornitologica”. 

autore / Luca Lippi
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