Si scrive sicurezza (anzi cyber-sicurezza) ma si legge potere

19 gennaio 2016 ore 12:34, intelligo
di Alessandro Corneli

Si scrive sicurezza (anzi: cyber-sicurezza) ma si legge potere. Perché il potere, ormai, è informazione in quanto tutto (ogni transazione commerciale o finanziaria, ogni messaggio) può essere trasformato in bit, quantificato e analizzato. Il tipo di spaghetti o di dentifricio o di telefonino che acquisto, dove e quando, cioè un dato qualitativo che corrisponde alle mie scelte soggettive, sommato ad altri miliardi di dati analoghi, si trasforma ina una quantità che può essere analizzata e fornire un cosiddetto profilo, del singolo o di un luogo o di un periodo di tempo. Ciò consente alle imprese, per restare nel campo degli scambi, una ottimizzazione delle decisioni inimmaginabile fino a qualche tempo fa.

Le informazioni sono la nuova materia prima i cui giacimenti sono in continua crescita: se ne accumulano 50 miliardi di miliardi al giorno. Basta scavare e gestire il prodotto con appositi algoritmi per ottenere le informazioni (che altro, se no?) utili a prendere le decisioni, cioè ad esercitare il potere. Quindi: l’informazione è potere. Se, in maniera estremamente semplificata, dovessimo dire su che cosa si fonda il potere nei regimi totalitari, la risposta sarebbe facile: sulla forza, sulla violenza, sulla repressione; quanto ai regimi democratici, la risposta sarebbe: sul denaro. Ma oggi non ci sono più, o quasi, regimi totalitari puri o regimi democratici puri. Allora, la risposta alla domanda è diversa: il potere si fonda sull’informazione. Chi più sa (degli altri, sugli altri), e prima dei concorrenti, meglio protegge e rafforza i propri interessi, cioè il proprio potere.

Questo mutamento strutturale del potere è associato alla necessità di gestire i Big Data, cioè i trilioni di informazioni in circolazione. Tra questi, senza dubbio, ci sono anche i messaggi e le azioni dei terroristi o aspiranti tali che lasciano un segno o segnale elettronico (l’acquisto di materiali, i viaggi, le locazioni, la navigazione in internet e l’uso dei social network, le transazioni finanziarie). E questo è un buon motivo, facile a spendere sul piano dell’opinione pubblica, per giustificare la creazione, anche in Italia, di una Agenzia per la sicurezza informatica: progetto, ancora privo di dettagli, attribuito a Matteo Renzi. Il tema è di oggettiva importanza anche se non nasce sul vuoto poiché si tratta di trovare il modo di innestarlo nel vigente sistema dell’intelligence, cioè degli apparati istituzionalmente preposti alla raccolta e analisi delle informazioni che riguardano l’interesse e la sicurezza nazionale, e che nello specifico si sono già da tempo attrezzati. Sul piano tecnico, c’è il bisogno costante di adeguare i sistemi di raccolta e analisi delle informazioni ai continui progressi tecnologici e alle minacce sempre più sofisticate. Sul piano operativo, c’è da implementare la linea di progressivo accentramento della politica informativa, cioè dei servizi segreti, avviata con la riforma del 2007. Ma è sul piano politico, cioè del potere che deve prendere decisioni, che il problema della gestione delle informazioni assume un rilievo sempre più importante messo in evidenza dalle imprese della Nsa, la National Security Agency americana, che aveva intercettato i telefoni cellulari di numerosi leader, compresi quelli di alleati come Angela Merkel, e di analoghe agenzie che operano per i diversi governi, dimostrando quanto sia alta la fame di informazioni di ogni tipo.

Un solo esempio tratto dall’attualità: come muoversi per formare un governo di unità nazionale in Libia se non si è al corrente delle intenzioni dei numerosi capi locali, delle imprese interessate al petrolio e al gas, dei governi terzi che partecipano all’iniziativa non solo con l’obiettivo di riportare la pace? A Obama interessava sapere – è stato ammesso pubblicamente – che cosa dicevano o si dicevano Angela Merkel, François Hollande e molti altri leader. È naturale che a Renzi interesserebbe conoscere i commenti confidenziali della Merkel o di Hollande o di Juncker sulle sue affermazioni nei confronti della Commissione europea o dell’Italia che non si fa telecomandare. È chiaro che non si tratta solo di curiosità. Si tratta di sapere, in ogni circostanza, quali sono le reali intenzioni dei propri interlocutori. Questo vale per tutti. Fin dall’antichità, camerieri, segretari e dame di compagnia dei potenti venivano assoldati da altri potenti per carpire segreti e indiscrezioni. Certo, il contrasto al terrorismo, che può colpire dovunque in tempi e modi inaspettati, dimostra che le informazioni non bastano, ma esse sono assolutamente indispensabili (e sono servite a sventare numerosi attacchi) e comunque sono alla base delle decisioni da prendere.

Si delineano quindi nuove gerarchie di potere (e di potenza), a livello locale e globale. I missili, i carri armati e i cannoni non scompariranno, ma già i droni sono l’arma che sintetizza informazione e potenza distruttiva (o costruttiva per i loro usi pacifici). Quale rapporto si stabilità tra Big Data e democrazia? La libertà di scelta individuale non viene cancellata, ma ogni singola decisione rischia di essere soffocata in un mare di informazioni che assomiglia alla marea, che fa alzare o abbassare le barche. Sale e scende la marea, e ognuno sta solo nella propria barca.


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