Amnesty contro le multinazionali degli smartphone? "Sfruttano i minori"

19 gennaio 2016 ore 14:35, Andrea De Angelis
Ci risiamo. Perché non è di certo la prima volta che le grandi aziende finiscono nel mirino per quanto attiene al lavoro minorile. Sfruttamento, dunque, in nome di un minore costo della forza lavoro. Certo, la piaga non è nuova e di certo non facile da estirpare, ma usare il condizionale è comunque d'obbligo anche in questi casi.

Tutto ruoterebbe attorno alle materie prime usate nelle batterie di smartphone e auto elettriche che sarebbero ottenute sfruttando il lavoro minorile. La denuncia arriva da un rapporto di Amnesty International e Afrewatch secondo il quale noti marchi elettronici - come Apple, Samsung, Sony e altri - non riescono a fare adeguati controlli per assicurarsi che nei loro prodotti non sia usato il cobalto estratto da bambini o da lavoratori sfruttati.
Amnesty contro le multinazionali degli smartphone? 'Sfruttano i minori'
Il rapporto è incentrato sugli abusi dei diritti umani nella Repubblica democratica del Congo che alimentano il commercio globale di cobalto, fra le materie prime impiegate nelle batterie agli ioni di litio. Amnesty spiega, come riporta l'Ansa, di aver contattato 16 multinazionali che figuravano tra i clienti dei produttori di batterie con cobalto lavorato da Huayou Cobalt. Di queste nessuna è riuscita a fornire informazioni dettagliate per una verifica indipendente della provenienza del cobalto usato nei propri prodotti.
Nello specifico ci sarebbero diversi passaggi prima di arrivare ai consumatori finali, ovvero le grandi aziende, che utilizzano tali materie per produrre prodotti da vendere poi in ogni angolo del pianeta. Il cobalto è una componente essenziale per le batterie degli smartphone. Il 50% della produzione mondiale di questa materia prima spetta alla Repubblica democratica del Congo, dove il cobalto è estratto in miniere dove secondo l’Unicef sarebbero impiegati fino a 40 mila bambini. Amnesty International ha realizzato un rapporto in cui grandi multinazionali sono accusate di sfruttare il lavoro minorile. O comunque, come dicevamo, di non riuscire a mostrare il contrario. 

Dicevamo anche che in passato altre multinazionali erano finite nell'occhio del ciclone. Basti pensare al caso della Nike e a quanto successo in Cambogia proprio alla fine dello scorso secolo. La celebre multinazionale americana si mise a lavoro per tornare a produrre scarpe e abiti sportivi in Cambogia nel 2002, dopo essere andata via per le accuse di sfruttamento del lavoro minorile. Proprio lì fu accusata di sfruttare manodopera infantile, minacciata dal boicottaggio dei consumatori "politically correct", l'azienda americana si difese garantendo che i suoi fornitori cambogiani impiegavano solo ragazze sopra i 16 anni, ma fu messa alla gogna dall'inchiesta-verità di una tv americana che riuscì a filmare fabbriche dove lavoravano eserciti di bambine.
La multinazionale Usa per limitare i danni decise di cancellare tutti i contratti con i suoi fornitori cambogiani. 
Un caso diverso, certo. Qui, al di là del rapporto di Amnesty, è ancora opportuno usare il condizionale. Di certo l'attenzione deve restare massima per tutelare i minori. In ogni angolo del globo.






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