Yara, le parole del parroco di Brembate di Sopra che riconducono alla ragionevolezza

19 giugno 2014 ore 10:31, Americo Mascarucci
Yara, le parole del parroco di Brembate di Sopra che riconducono alla ragionevolezza
“Spero che ora non prevalgano sentimenti di vendetta nei suoi confronti. Yara resti un dono per noi e la sua morte, come ha detto il papà, ci renda tutti più buoni”. E’ l’appello lanciato da don Corinno Scotti, il parroco di Brembate di Sopra ai suoi parrocchiani ora che gli inquirenti sembrano aver finalmente individuato il presunto assassino di Yara Gambirasio. Questa comunità – ha aggiunto Don Scotti intervistato da Famiglia Cristiana - in questi anni è stata molto matura. Pur impaurita e ferita non ha ceduto a sentimenti di vendetta. Il papà di Yara mi ha detto che se lei è morta è perché noi diventassimo più buoni. Se ora questa notizia verrà confermata cosa facciamo nei confronti del presunto assassino? Invochiamo la pena di morte?”. Nel giorno in cui tutti i telegiornali danno conto dello scontro in atto fra il ministro dell’Interno Angelino Alfano e la Procura di Bergamo, con i pubblici ministeri che hanno accusato il titolare del Vicinale di aver reso pubblica una notizia che invece sarebbe dovuta restare riservata, pochi hanno dato peso e visibilità alle dichiarazioni del parroco che guida la comunità di Brembate. Dichiarazioni sicuramente scomode e anche difficili da sostenere di fronte al massacro di una ragazzina di 13 anni. Giustizia e non vendetta ha invocato don Scotti, giustizia giusta e non gogna mediatica e linciaggi indiscriminati. Non sappiamo se Bossetti sia veramente l’assassino di Yara, l’uomo che con tanta crudeltà l’ha seviziata e abbandonata agonizzante in un campo, anche per lui però deve valere il principio della presunzione d’innocenza. Eppure non appena la notizia del suo fermo si è diffusa, si sono riviste le consuete scene che si ripetono ogni volta che in una comunità scossa da un barbaro omicidio viene individuato il presunto colpevole. La folla che si raduna davanti ai tribunali, alle caserme, ai posti di polizia desiderosa di inveire contro il “mostro”, manifestargli il proprio odio, sputargli addosso, prenderlo a calci, pugni, colpirlo con qualsiasi oggetto, pur di fargli male, fargli provare in qualche modo le stesse sofferenze cagionate alla vittima. Se non ci fossero gli agenti a garantirne l’incolumità, il linciaggio sfocerebbe probabilmente nell’impiccagione seduta stante come si vede in certi film western. E’ anche in questi momenti infatti che si perde facilmente la lucidità. Il risentimento, l’odio verso il presunto assassino di una ragazzina di 13 anni è più che comprensibile, ma non può essere in alcun modo giustificato. Il desiderio di vendetta non può prevalere sul diritto alla giustizia; se Bossetti è veramente l’assassino di Yara Gambirasio ebbene riceverà la punizione che merita, se sarà riconosciuto colpevole ci auguriamo che in galera ci resti a vita, senza sconti o benevolenza alcuna, ma dovrà essere la giustizia a dichiararlo davvero colpevole oltre ogni ragionevole dubbio attraverso i necessari iter processuali; ma in uno stato di diritto la presunzione d’innocenza deve valere per tutti, anche per lui, ed è sicuramente legittimo il malessere dei magistrati di Bergamo per la diffusione di una notizia che dato il clamore e il forte impatto mediatico destinata a scatenare, andava annunciata con maggiore cautela. Le parole del parroco di Brembate possono apparire inaccettabili a chi ha in mente lo strazio subito dalla piccola Yara, ma le pulsioni dell’io anche in questo caso non possono e non debbono prendere il sopravvento sulla ragione. L’odio e il desiderio di vendetta, sentimenti che dimorano nell’animo di ognuno, non possono restare incontrollati, perché non può e non deve esistere un diritto ad odiare se non si vuole una società perennemente fondata sulla violenza. Il sacrificio della piccola Yara non può essere servito a generare altro odio. Per questo le parole di don Scotti sono risultate alte e solenni in una giornata segnata purtroppo da tante inutili e vuote polemiche, che potevano essere certamente evitate per rispetto tanto alla vittima, la piccola Yara, che al presunto assassino (a meno che il garantismo davvero non debba valere soltanto per i cosiddetti potenti) sbattuto in prima pagina e già “condannato” nonostante a suo carico esista allo stato attuale soltanto una mera ipotesi di reato tutta da dimostrare. A questo punto, come ha osservato qualcuno, c’è soltanto da sperare che Bossetti sia davvero il colpevole, perché altrimenti come poter parlare ancora di stato di diritto di fronte a ciò cui si sta assistendo in queste ore?
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