La polemica di Conte: ecco la Nazionale dell'"io"

19 novembre 2014, Micaela Del Monte
La polemica di Conte: ecco la Nazionale dell''io'
''Non c'è più la voglia di faticare. E invece dobbiamo tornare ad apprezzare fatica e lavoro, oppure questo sarà solo l'inizio della discesa. Recuperare Balotelli? Sta a Mario cambiare, sperando che il tempo gli insegni qualcosa. Io, di tempo, non ne ho tanto a disposizione. Non si può prendere tutto e subito. Dobbiamo prendere atto che il ricambio generazionale non è facile, che facciamo fatica a sfornare talenti. E quelli che vengono fuori non hanno la mentalità giusta. Devono faticare di più, perché senza lavoro non si diventa campioni. Bisogna lavorare di più, ma se parlo di intensità qualcuno storce il naso". 

 La frase di Antonio Conte, l'emblema di una nazionale e di una Nazione, di chi oggi vive nell'attesa che qualcuno si impegni a cambiare qualcosa per noi, la rappresentazione di un Paese che lottava per raggiungere traguardi e diritti e che oggi lotta con un joytick o un mouse tra le mani per avere risultati, sì, ma prettamente virtuali. L'emblema di chi oggi dà tutto per scontato e pensa che tutto sia dovuto, di chi a guadagnarsi un pezzo di pane con le proprie forze e il proprio sudore non ci pensa nemmeno. Si lascia tutto al caso: se arriva da solo ben venga, se no apposto così... Prima o poi qualcuno lo farà per noi.

La cultura del lavoro è venuta meno su tutti i fronti, perché quelli che scendono in campo sono ragazzi come tutti gli altri. Quelli che nel tempo libero preferiscono stare a casa a giocare a calcio con i videogiochi piuttosto che scendere in strada e giocarci nella vita reale con un vero pallone tra i piedi. Perché sudare se c'è a Playstation che può fare tutto per noi? Tutti, indistintamente, sono figli della generazione 2.0, quella della realtà virutale e dei social network. Tutti in un modo o nell'altro ne sono influenzati e ne subiscono le conseguenze. 

I tempi sono cambiati, dentro e fuori dal campo, e le cause sono molto profonde. Basta anche pensare al ruolo degli extracomunitari nelle altre nazionali rispetto alla nostra. In Italia il figlio di immigrati o il naturalizzato (oriundo) viene sempre visto come qualcuno che ci ruba la scena, qualcuno che si è appropriato di una posizione o di un mestiere che non gli spettava. E forse è anche per questo motivo che il nostro calcio non ha più lo stesso spessore. 

Bisogna forse rassegnarsi al fatto che anche chi ha genitori non italiani ma è nato e vissuto nello stesso nostro Paese, proprio come noi, ha i nostri stessi diritti e doveri. Perché in Germania la Nazionale è costituita in gran parte da ragazzi di seconda generazione? Prima c'erano Mario Gomez (metà spagnolo e metà tedesco) e Miroslav Klose (metà polacco e metà tedesco), ora ci sono i vari Özil (turco e tedesco), Boateng (ghanese e tedesco), Khedira (anche lui turco e tedesco), Mustafi (origini macedoni), Podolski (polacco naturalizzato tedesco) o Bellarabi (di madre marocchina) e tutti, o quasi, oggi sono Campioni del Mondo. Insomma, la Nazionale tedesca non fa altro che esaltare quello che ha a disposizione, e stiamo parlando di enormi talenti. E noi ancora sentiamo cori come "Non esistono neri italiani"... Comunque, per vedere come il calcio e la società sono cambiati nel corso degli anni basta prendere pochi esempi, neanche poi tanto distanti nel tempo. Prendiamo due Campioni del Mondo del 2006: Francesco Totti e Luca Toni.

Prendiamo poi invece due (neanche troppo) rappresentanti della nuova Nazionale. Due "personaggi" un po' evanescenti ma che rappresentano in toto i giovani di oggi: Mario Balotelli e Mattia Destro. Nulla da dire sul loro valore tecnico, qualcosa da ridire invece sul loro modo di fare, per un più fuori dal campo che dentro, per l'altro invece proprio come atteggiamento nel rettangolo di gioco.

La polemica di Conte: ecco la Nazionale dell''io'

Totti vs Balotelli: Due giocatori nati, cresciuti e attivi in epoche completamente diverse. E il tutto si riflette sul loro modo di essere dentro e fuori dal campo. Da una parte c'è il capitano della Roma, classe '76, un uomo che ha dedicato la carriera ad una sola squadra a cui ha giurato amore eterno e a cui si è dedicato con tutte le sue forze. Uno che è sempre riuscito a scindere quello che era dentro il campo da quello che era fuori. Francesco Totti è una persona timida e riservata, uno che ha lavorato (e che lavora ancora tanto) per competere con giocatori che con tutta probabilità sono stati più fortunati di lui. 

Totti è uno che ancora a 38 anni per stare in campo, una cosa che lui reputa una fortuna enorme, si allena tutto l'anno senza sosta e senza scuse. Certo, anche Totti in campo di problemi caratteriali ne ha mostrati nel corso degli anni, ma è uno che fuori dal rettangolo di gioco ha sempre mantenuto una riservatezza che pochi riescono a gestire. Il giocatore in campo è una cosa, fuori è un'altra, ma la dedizione, l'umiltà e il duro lavoro sono sempre stati il fulcro di tutto. Totti potrebbe lasciare il calcio nel giro di qualche mese, ma ancora si dedica alla squadra. E anche se potrebbe essere usato come jolly passando le partite in panchina, lui continua a mettersi al servizio dei suoi compagni, giocando qualche metro in dietro e segnando di meno, ma offrendo sempre la sua tecnica al resto del gruppo. Non è un caso che gli assist più belli vengano proprio dai suoi piedi... Dall'altra parte c'è Mario Balotelli, classe '90, per lui calcare i campi di calcio non è una fortuna, ma, secondo la sua enorme modestia, una cosa inevitabilmente dovuta al suo talento innato. Balotelli non va discusso, 

Balotelli deve giocare a calcio. Questo è il suo mantra e va al di là del lavoro portato avanti negli anni. Se Mario viene mandato in panchina da Antonio Conte allora non ha senso stare in Nazionale, Mario fa le valigie e lascia il ritiro, lascia il suo allenatore e i suoi compagni e se ne torna a casa tra selfie e tweet. Mario Balotelli è uno che durante gli allenamenti a Coverciano con Cesare Prandelli, mentre tutti gli altri si dedicavano agli addominali, si faceva fotografare con la bandierina del calcio d'angolo tra le gambe perché faceva ridere (e audience). 

Balotelli è uno che lascia tutto al caso (e i parcheggi sul marciapiede lo testimoniano), è uno che tende a fregarsene dell'autorità in generale, che sia un Prandelli, un Conte o un poliziotto di Manchester che gli fa la multa. Lui è giovane e forte, lui è il padrone del mondo e continuerà a comportarsi di conseguenza senza tenere in considerazione chi gli sta intorno. Balotelli è uno che si è preso la responsabilità di riconoscere sua figlia dopo un anno dalla sua nascita, è uno che è indifferente a lasciare i suoi compagni di squadra senza un uomo, se giocano in dieci, affari loro... Super Mario è il soggetto perfetto per testimoniare quanto l'altruismo, una colonna portante di una qualsivoglia società e di un qualsiasi gioco di squadra, sia venuto meno per lasciare spazio all'individualismo, l'egocentrismo e l'egoismo. 

L'"io" Vs il "noi". Non riconoscete in questi atteggiamenti un tipico 20enne di oggi? Lo stesso potrebbe valere per Mattia Destro, se pure in termini molto meno calcati. Per questo il paragone è lecito farlo con Luca Toni.

La polemica di Conte: ecco la Nazionale dell''io'


Toni vs Destro: 
Due giocatori non completamente diversi nelle movenze, ma completamente diversi nel modo di relazionarsi in campo.

Luca Toni ha fatto della sua semplicità e della sua dedizione un biglietto da visita. Con il suo carattere ha sempre conquistato tutti, in qualsiasi squadra abbia militato. Con la sua umiltà si è guadagnato una maglia da titolare al Bayern Monaco e in Nazionale. Oggi gioca nell'Hellas Verona, in una dimensione decisamente meno impegnativa, ma che sicuramente gli sta dando tantissime soddisfazioni. 

Luca Toni, nell'anno trascorso a Roma con la maglia giallorossa, ha quasi "rischiato" di far vincere lo scudetto a Ranieri grazie ad un gol contro l'Inter che probabilmente tutti i tifosi romanisti ancora ricordano. Un gol importante, ma che è venuto da un giocatore che era nella Capitale da soltanto pochi mesi (era infatti arrivato in prestito a gennaio) grazie a tanto impegno e ad una grande professionalità. Toni è un giocatore che pensa prima di tutto alla sua squadra, e segnare gol è solo una conseguenza di questo. L'importanza di Luca Toni in campo è proprio quella legata all'altruismo: quando serve di far respirare la squadra tiene palla, fa a sportellate, e se un compagno sbaglia un passaggio applaude, non se la prende...

Così non è proprio per Mattia Destro. Media gol eccezionale, un giocatore sicuramente utile alla causa romanista, ma a volte i suoi atteggiamenti non sono del tutto graditi alla piazza. Questo perché a Destro, di applaudire un errore del compagno, importa ben poco. Anzi, la sua unica preoccupazione è segnare. E non sarebbe neanche una cosa sbagliata se segnasse per la squadra e non per se stesso.

“Far gol per un attaccante è la vita. Ci penso ogni minuto della giornata, quando scendo in campo il gol è la cosa primaria. Poi c’è la vittoria della squadra". Dunque, prima i gol e poi la squadra. Certo, i suoi gol non fanno altro che aiutare la squadra ad arrivare alla vittoria, ma questo non è un bell'esempio di egoismo?

Ieri Mattia ha dimostrato nuovamente questa sua caratteristica bisticciando con Alessio Cerci proprio per una palla servita male. Quando l'"io" diventa il fulcro della nostra esistenza, quando noi diventiamo l'essenziale di noi stessi si rischia di non andare da nessuna parte. E forse è proprio questo che manca ai giovani di oggi, l'umiltà di rendersi conto che non ci sono solo loro al mondo, che a volte gratificare un altro può dare più soddisfazione di gratificare noi stessi.

Applaudire Cerci per un passaggio spagliato non può far altro che spronarlo a farne un altro, e così è nella vita di tutti i giorni, ma forse questo oggi non lo spiega più nessuno e ci ritroviamo ad avere una Nazionale e una società in cui l'essenziale si trova solo davanti a uno specchio o a uno schermo e non più fuori da una finestra.

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