Iri al 24% darà benefici solo a 500mila società su 2,8mln

19 ottobre 2016 ore 9:56, Luca Lippi
Approfondito con la calcolatrice alla mano, fatti i conti per bene e valutato l’impatto dell’Iri sul tessuto del lavoro non pubblico in Italia, abbiamo rilevato (invero anche il responsabile delle politiche fiscali di Cna) che a tirarla al massimo delle sue potenzialità darà benefici solo a 500mila società di persone su 2,8 milioni
Per tutti gli altri, soprattutto le Partite Iva professionisti non vale la pena neanche leggerne il titolo, ma per questo ci sono ottimi professionisti del settore che possono confermarlo.
Che succede con l’Iri
Finora le società di persone (società a nome collettivo e società individuali) si vedevano applicata, per i redditi di impresa, la tassazione per scaglioni dell’Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, sia che lasciassero i redditi in azienda sia che usassero l’utile per usi personali e familiari. 
Risultato? Bassissimo incentivo a patrimonializzare le piccole imprese. Ora l’Iri tassa al 24% tutto il reddito che viene lasciato in azienda, il resto viene assoggettato all’Irpef: per chi rientra in scaglioni superiori (l’Irpef arriva al 43%) e per chi vive in comuni e regioni con addizionali locali molto alte, conviene molto tenere più soldi possibili in azienda.
Per capire gli effetti totali bisogna poi considerare anche le detrazioni: dalle ristrutturazioni di casa alle spese mediche, passando per i contributi previdenziali.

Iri al 24% darà benefici solo a 500mila società su 2,8mln
 
Al netto di tutte le variabili, quello che emerge è che i vantaggi ci sono soprattutto per le “maggiori tra le piccole”: nella simulazione vedevano scendere le tasse di oltre 5mila euro (con ipotesi di reddito imponibile Irpef attuale di 71mila euro), mentre chi si fermava a 30mila euro di reddito aveva un vantaggio di poche centinaia di euro. Il motivo? Chi ha redditi di impresa bassi deve prenderne necessariamente una fetta maggiore per le proprie esigenze. “Tutto il reddito superiore a 15mila euro non conviene distribuirlo”, spiega Carpentieri. “Ma se non si distribuisce non si campa”. 
Un reddito personale minimo per “campare”, aggiunge Carpentieri, si può ipotizzare a 30mila euro. Quindi, per i soci di aziende che raggiungessero questa cifra con altri redditi, come affitti di case, dividendi o altri redditi da lavoro dipendente (pensiamo agli insegnanti con secondi lavori), l’Iri è solo un vantaggio. 
Per gli altri, i vantaggi non sono scontati. “Stiamo facendo delle stime, avremo i risultati precisi a fine settimana”, premette Carpentieri. “Ma a spanne saranno circa 500mila le imprese che beneficeranno dell’Iri, su una platea di 2,8 milioni di società di persone”.
Dunque, quello che ci interessava sentirsi confermare è che “Tutto il reddito superiore a 15mila euro non conviene distribuirlo. Ma se non si distribuisce non si campa”.
È importante ricordare che il 18 febbraio 2014 al grido di “Senza impresa non c’è Italia, la nostra pazienza è finita” ci fu la grande manifestazione di protesta che portò a Roma 50mila piccoli imprenditori sotto il cappello delle cinque associazioni di imprenditori della Rete Imprese Italia. Cosa avrebbe fatto scattare la pace tra governo e artigiani? Forse il fatto che sono 500mila? Almeno sulla carta perché dell’Iri non c’è nulla di certo!
Pasquale Saggese, ricercatore della Fondazione Nazionale dei Commercialisti dice: 
“La buona notizia è che si potrà scegliere. Non c’è ancora il testo della legge di Bilancio, ma dalle indiscrezioni sembra che l’adozione dell’iri sia opzionale e che, per chi sceglierà, ci sarà un periodo minimo di permanenza di tre o cinque anni”.
Rispondendo alle affermazioni di Carpentieri che sottolinea di considerare anche un altro parametro, nella somma di vantaggi e svantaggi: si abbasserà l’Ace, la misura di “Aiuto alla crescita economica” che incentiva - come l’Iri - la patrimonializzazione delle imprese. Per farla breve, se le imprese lasciano i soldi nelle imprese, invece che investirli in obbligazioni, hanno la possibilità di dedurre il 4% dai redditi di impresa. Nel 2017 la percentuale si abbassa al 2,3%. Per essere più precisi, per le società di persone questo coefficiente di remunerazione si applica a tutto il patrimonio, mentre per quelle di capitali (soggette all’Ires), l’Ace si calcola sulla somma algebrica di utili accantonati, conferimenti di soci e distribuzioni di utili. 
Ora lo stesso metodo di calcolo si applicherà alle società di persone che sceglieranno l’Iri: quindi la convenienza dell’Ace si ridurrà molto. “Gli effetti ci saranno, ma solo per le imprese maggiori. Chi ha un patrimonio di mille euro non sentirà certo la differenza dell’abbassamento dell’Ace, come chi ha un patrimonio di 20 milioni”, dice il responsabile fiscale della Cna.
La risposta di Saggese è: “In alcune realtà la riduzione dell’Ace sarà uno svantaggio reale, ma il loro patrimonio netto è notoriamente molto ridotto”.
In conclusione, si è creato un fronte anche sull’Iri (nei fatti un bonus per gli artigiani dopo che questi sono stati decimati dalla crisi senza alcuna attenzione da parte degli esecutivi degli ultimi dieci anni), il fronte opposto è quello della categoria dei tecnici (commercialisti e tributaristi) che in un caso sorridono nell’altro rimangono in silenzio perché non ci sono parole. Nei fatti però, si sta parlando del nulla perché “non c’è ancora il testo della legge di Bilancio”.

autore / Luca Lippi
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