Matteo Salvini sbaglia perchè Caffarra non è Galantino

19 settembre 2015, Americo Mascarucci
Matteo Salvini sbaglia perchè Caffarra non è Galantino
Che fra il leader della Lega Nord Matteo Salvini e la Conferenza Episcopale Italiana non corresse buon sangue è un dato di fatto, ma che adesso tutti i vescovi italiani siano diventati di colpo brutti, sporchi e cattivi forse ce ne passa. 

Specie quando a finire nel mirino del Carroccio è l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, uno che certamente non può essere annoverato fra i cardinali di Santa Romana Chiesa ostili alla Lega. 

Anzi, Caffarra è forse il miglior erede di quel Giacomo Biffi che tanto piaceva a Salvini, quello che in tempi non sospetti affermò l’esigenza di accogliere in Italia soltanto immigrati di fede cristiana per scongiurare il rischio di ritrovarci colonizzati dai musulmani. Una posizione che per altro lo stesso Caffara, in linea con il suo predecessore, non ha mancato di ribadire negli anni successivi, manifestando l’esigenza di tutelare le tradizioni culturali e religiose del popolo italiano e dell’Europa. 

Poi certo, anche Caffarra recentemente ha manifestato l’esigenza di accogliere i profughi , sensibilizzando all’accoglienza le parrocchie e le famiglie della diocesi. Ma come si può restare insensibili, o peggio indifferenti , di fronte alle centinaia di donne con bambini in braccio o per mano che percorrono migliaia di chilometri a piedi sotto il sole, per sfuggire dai teatri di guerra? Tanto è bastato per scatenare l’ira di Salvini che si è presentato a Bologna per manifestare sotto le finestre della Curia. Gli immigrati in questo caso c’entrano relativamente perché, il leader del Carroccio, è andato lì per unirsi alla protesta dei lavoratori dello stabilimento della Faac di Grassobbio in provincia di Bergamo, azienda di proprietà della Curia di Bologna che lo ha ricevuto in eredità dal fondatore e che la stessa ha poi affidato ad un trust.

L’Azienda di cancelli automatici ha deciso di chiudere lo stabilimento del bergamasco mettendo in cassa integrazione cinquanta operai che si sono raccolti a Bologna per protestare contro la Curia che non avrebbe fatto nulla per scongiurare il tutto. Ed ecco che Salvini al loro fianco ha dichiarato: "Non mi interessano gli errori del passato. La curia di Bologna apra il cuore, non dico il portafoglio, e aiuti queste 50 famiglie: visto che di questi tempi le porte delle parrocchie sono aperte per tutti, per chi sbarca domani mattina in primis, mi sembra che queste cinquanta famiglie meritino questa attenzione, non chiedo altro". 

Eccolo là, lo scontato richiamo ai profughi e la scontatissima polemica sugli italiani dimenticati e gli immigrati aiutati, in quel puro spirito da “guerra dei poveri” che sta caratterizzando l’azione populistica di Salvini. Il quale ha poi aggiunto: “Considerato come il colosso dei cancelli automatici bolognese, lasciato in testamento dal fondatore alla Curia, macini decine di milioni di utili e abbia dato alla stessa Curia un dividendo di 5 milioni di euro, chiederò formalmente un incontro all'Arcivescovo di Bologna perché mi sembra strano che ci siano appelli ad aprire le porte di ogni parrocchia per i rifugiati (ancora? Ndr.) mentre si licenziano 50 operai da parte di una fabbrica di proprietà di chi è ospite di questo palazzo". Quindi, ha proseguito Salvini al fianco di quattro operai in rappresentanza dei lavoratori bergamaschi scesi con lui a Bologna "se c'è in questo palazzo qualcuno che ha coscienza civile le cinquanta famiglie dei lavoratori lombardi potrebbero essere messe a parte di questi milioni di dividendo. 

Facendo i conti della serva, cinque milioni di euro divise per cinquanta famiglie fanno 100 mila euro a famiglia: il posto di lavoro non torna più ma, magari, il futuro di queste famiglie è meno preoccupante". Detta così la protesta potrebbe anche essere condivisibile, a parte come detto il riferimento all’accoglienza dei profughi che puzza tanto di demagogia.

Tuttavia ecco che dalla Faac è arrivata una replica che sembrerebbe ricondurre la protesta leghista nel novero della demagogia a buon mercato: “L'accordo sulla fabbrica di Grassobbio (Bergamo) – spiega l’Azienda in una nota - è stato siglato con il pieno consenso tra il management e tutte le organizzazioni sindacali e non prevede il licenziamento di alcun dipendente, bensì la Cigs con integrazione salariale a carico dell'azienda e un contributo economico per ciascun dipendente che dovesse essere assunto da altro imprenditore. Dopo un lungo periodo di negoziazione e diversi tavoli tecnici, è stato firmato un accordo sindacale tra Faac Spa e le rappresentanze sindacali di Grassobbio. La decisione di trasferire la produzione è dettata dalla strategia della società di produrre in prossimità del mercato di destinazione, come avviene per gli altri stabilimenti del Gruppo con incentivi all’esodo per il personale”

Per carità il problema c’è e nessuno lo mette in dubbio, ci mancherebbe altro, ma non è che adesso ogni scusa può diventare buona per dare addosso alla Chiesa. Specie quando, guarda caso, il legittimo diritto di protesta dei lavoratori che vedono a rischio il proprio posto di lavoro, diventa l’ennesimo pretesto per sparare sul tema dell’immigrazione. 

Come se alla fine tutti i problemi che ci sono in Italia, compresi quelli che si trovano ad affrontare le aziende (strozzate dalla crisi, non certo dall’arrivo dei profughi) possano essere associate all’accoglienza dei migranti. Insomma, a tutto c’è un limite e se Galantino sbaglia non è che ci debbano andare necessariamente di mezzo tutti i vescovi d’Italia anche quelli che con la sinistra c’hanno poco o nulla a che fare.


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