Donzelli (FdI-An): "A Prato serve la legge antimafia. Io al posto di Rossi farei così"

02 dicembre 2014 ore 13:45, Andrea De Angelis
Da molti viene definita la più grande Chinatown italiana. Prato, a un anno di distanza dall'incendio divampato in una fabbrica tessile che costò la vita a sette persone, torna adesso sotto i riflettori. Forse, ancora una volta, solo per pochi giorni. Se non ore. IntelligoNews ne ha parlato con Giovanni Donzelli, consigliere della regione Toscana e capogruppo di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale...  

Donzelli (FdI-An): 'A Prato serve la legge antimafia. Io al posto di Rossi farei così'

  Qualcosa è cambiato rispetto a dodici mesi fa?  «Sì, alcune cose sono peggiorate. Si sono rallentati i controlli che aveva inaugurato l'assessore Milone con la Giunta precedente, sostituiti da dei controlli della Regione che ritengo dannosi perché vengono fatti da persone che non hanno potere ispettivo». Si spieghi meglio... «Se l'ispettore mandato dalla Regione trovasse qualcosa che non va, non potrebbe fare nulla se non chiamare le Forze dell'Ordine. Nel frattempo, visti i tempi delle procedure, l'azienda potrebbe chiudere e andare da un'altra parte...». Oggi Il Corriere della Sera ha pubblicato un reportage a cura di Dario Di Vico nel quale il giornalista ha sottolineato come i politici di professione non si siano nascosti e come la pressione delle istituzioni si sia fatta sentire. Il problema, sostiene Di Vico, è che non c'è ad ora un altro modello. C'è dunque la volontà e l'intenzione di essere incisivi senza però riuscirci? «L'intenzione è tutta da vedere. Ci sono forti rapporti economici e, attenzione, non c'è solo Prato. Io sono entrato in capannoni identici anche a Firenze». Mi sta dicendo che focalizzare l'attenzione su Prato sarebbe un errore? «La situazione va al di là del Comune, anzi della Provincia di Prato perché, come detto, riguarda anche Firenze. Il tutto è diffuso più del previsto, mentre a Pisa c'è un'altra situazione: intorno alla stazione ci sono dei negozi, dove sono entrato e ho già dimostrato tutto pubblicamente, che vendono all'ingrosso ai vu'cumprà, dove entrano i vu'cumprà e prendono la merce fatta dai cinesi a Prato o a Firenze.  I problemi sono tanti, per risolverli basterebbe fare alcune scelte forti». Ad esempio? «Adottare la legge antimafia. Seguire il flusso di denaro, ovviamente requisire i beni e ridistribuirli a usi consentiti e utili, esattamente come si fa con la mafia». In Emilia abbiamo visto la Lega impegnata nelle aziende, lei mi ha parlato dell centrosinistra in Toscana. Il suo partito in cosa si distingue da queste due forze? «Le rispondo dicendole che io sono stato a Prato da un ragazzo di ventuno anni che ha aperto una sua attività, il cui nome è "Lofoio", di prodotti fatti in casa con i quali fa concorrenza ai cinesi. Prodotti fatti non a chilometro zero, ma come dice lui a sedici scalini perché ha produzione, vendita, showroom e tutto il resto avviene lì, dove lavorano gli italiani. La Regione, per tutte queste piccole realtà che ci sono di patriottismo ed eroismo imprenditoriale, non fa niente, ma spende fiumi di denaro per le grandi aziende senza incoraggiare questi piccoli esperimenti che sono il vero tessuto economico della Toscana. Rispetto a Rossi io farei così». Rispetto alla Lega? «Non lo so, anche perché la Toscana non è Padania. A differenza della Lega non credo nel regionalismo spinto, fosse per me eliminerei anche le Regioni, ma finché non vengono eliminate da Governatore cercherei di spostare il più possibile i luoghi di scelta dalla Regione ai territori». Prima lei mi ha parlato di vu'cumprà, io preferirei chiamarli in altro modo, magari venditori ambulanti in nero. Detto questo, c'è anche un ruolo degli italiani importante? Se ci sono migliaia di ditte a Prato, ci sono anche capannoni affittati ai cinesi, quindi questo circolo vizioso va combattuto al di là dell'origine straniera? «Io propongo di utilizzare le leggi antimafia, non le leggi razziali. Non è un problema di razza e ci sono anche dei cinesi che lavorano in modo corretto, ma è indiscutibile che ci sono dei problemi culturali, di atteggiamento, anche forse di esperienza originale. In Cina hanno ritmi di lavoro particolari e quando arrivano qua forse non conoscono neanche i loro diritti. Chi è abituato a lavorare 20 ore al giorno senza nessun giorno libero probabilmente non sa nemmeno che potrebbe avere un contratto, le ferie, la malattia». Dunque? «Dunque tutto l'associazionismo di sinistra, che vive sui progetti di integrazione, dovrebbe occuparsi di chiedere il rispetto delle regole e di informare i lavoratori». E voi cosa fate su questo?  «Personalmente ho stilato un decalogo in più lingue che è stato tacciato di razzismo, nel quale si ricordano ad esempio le regole del rispetto del lavoro. Sono stato a portare questo decalogo nei capannoni e c'erano molti cinesi che leggendo la traduzione nella loro lingua se lo mettevano in tasca, accogliendolo con stupore e soddisfazione perché non sapevano che era loro diritto avere una malattia o una gravidanza...». Un'ultima battuta sulla maxi-operazione dei Carabinieri a Roma che vede tra gli indagati anche Gianni Alemanno, esponente del suo partito ed ex sindaco della Capitale. Vuole lasciare un commento? «Non so ancora bene di cosa si tratta, preferisco parlare prima con Alemanno che con la stampa».
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