La dittatura social di Erdogan, l'Ue condanna la Turchia per YouTube

02 dicembre 2015 ore 11:42, intelligo
La dittatura social di Erdogan, l'Ue condanna la Turchia per YouTube
La condanna arriva dalla Corte europea per i diritti umani. Il destinatario è la Turchia di Erdogan. Il motivo: La violazione delle convenzioni sulla libertà di espressione. Il fatto: il blocco dell’accesso alla piattaforma social YouTube disposto dal governo turco tra il 2008 e il 2010. 

IL CASO. Il ricorso ai giudici di Strasburgo era stato portato avanti da tre docenti di Diritto che lavorano negli Atenei di Smirne, Istanbul e Ankara. Nel maggio 2008, la Corte di Ankara aveva deciso e disposto di “stoppare” il sito specializzato nella diffusione e condivisione di video a causa della presenza di dieci video che i magistrati turchi avevano ritenuto offensivi nei confronti di Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna. Ma la decisione di Ankara non è piaciuta a Strasburgo perché “bloccare senza una base legale l'accesso a YouTube ha violato il diritto di ricevere e diffondere informazioni”, ha scritto e motivato la Corte europea per i diritti umani. Non solo: è stata segnalata anche rilevato l'assenza di una base legale nell'autorizzare le corti nazionali a stabilire un ordine di blocco totale all'accesso a internet, e nel caso specifico alla piattaforma YouTube, sulla base di uno dei suoi contenuti”. Come a dire: in Turchi avrebbero agito arbitrariamente. Prima dello stop, nel paese governato da Erdogan la piattaforma sociale per i video era il quinto sito più seguito e condiviso. Ma non è la prima volta che Ankara assume una decisione del genere, perché ancora nel 2014, il governo aveva bloccato ancora una volta  YouTube e anche Twitter: il motivo era collegato alla diffusione di alcune registrazioni che avrebbero ipotizzato il presunto coinvolgimento di Erdogan  e dei suoi collaboratori in un caso poco chiaro che per i detrattori del presidente turco sarebbe stato riconducibile alla sfera della corruzione. 

I PRECEDENTI. L’altro caso che aveva destato scalpore a livello europeo risale allo scorso aprile quando la magistratura aveva deciso di bloccare l’accesso degli utenti alle piattaforme sociale Twitter, Youtube e Facebook (insieme ad altri 166 siti finiti nella “black kist”) bloccati. Per Facebook si era trattato di uno stop di qualche ora; mentre Twitter era rimasto out per un tempo più prolungato. Alla base della disposizione c’era la diffusione sulla maggiorparte dei siti della foto del magistrato Mehmet Selim Kiraz sequestrato nel suo ufficio, (nel palazzo di Giustizia di Caglayan a Istanbul) da due individui che gli avevano puntato la pistola alla tempia e in quelle condizioni lo avevano fotografato. Kiraz e i due terroristi sono poi morti nel corso del blitz eseguito dagli uomini delle forze speciali turche. 

Tanti casi ed episodi, che dimostrano come il clima in Turchia sia ad altissima tensione e molto deriva anche dalle leggi varate dal governo, che di fatto, hanno introdotto una sorta di censura in particolare su Internet, assegnando alle forze di polizia, poteri speciali per agire. Clima pesante anche per i media in generale, come dimostra il fatto che proprio in occasione dei funerali del giudice ucciso dai terroristi, quattro quotidiani non erano stati ammessi alla cerimonia ed erano finiti sotto inchiesta proprio per aver pubblicato le foto del sequestro del magistrato. Se al clima interno già pesante, ci si aggiunge la tensione tra Ankara e Mosca dopo l’abbattimento di un jet militare russo da parte degli F-16 turchi, si comprende facilmente come proprio la Turchia rischia di diventare una pentola a pressione. 

LuBi

autore / intelligo
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