Guantanamo, prigioniero per 13 anni: era l'uomo sbagliato ma non riprenderà la lotta

02 dicembre 2015 ore 17:17, Americo Mascarucci
Guantanamo, prigioniero per 13 anni: era l'uomo sbagliato ma non riprenderà la lotta
Su Guantanamo, il carcere statunitense adibito alla reclusione dei terroristi islamici, si è detto e scritto di tutto. Più volte sono stati denunciati abusi compiuti fra quelle mura, edificate all’interno della base navale americana a Cuba, e sistematiche violazioni dei diritti umani. 
Il presidente Barak Obama aveva annunciato l’intenzione di chiudere il penitenziario di massima sicurezza proprio in seguito alle denunce, per altro documentate, di reiterate torture e sevizie contro i prigionieri, ma ad oggi la struttura continua ad essere operativa. Infatti il Congresso ha respinto la proposta di Obama non tanto per ragioni di ordine politico o di sicurezza internazionale, ma per questioni prettamente economiche. Infatti lo smantellamento del penitenziario e il trasferimento dei detenuti in altre strutture avrebbe costi esorbitanti che il Congresso stesso non sarebbe nelle condizioni di potersi permettere. Adesso è arrivato l’ennesimo caso di violazione dei diritti consumato fra quelle mura. 
Si è infatti scoperto che per ben tredici anni all’interno di una cella è stato recluso Mustafa al-Aziz al-Shamiri, uno yemenita di 37 anni accusato di essere un dirigente di punta di Al Qaeda. Ebbene, oggi si scopre che in realtà l’uomo è stato vittima di uno scambio di identità, sarebbe sì un affiliato di Al Qaeda ma senza alcun ruolo di comando, un semplice miliziano. 
L’errore è stato ammesso direttamente dal Pentagono e ora l’uomo con molta probabilità tornerà libero. 
Ad incastrare il giovane yemenita il nome molto simile a quello di un alto dirigente del movimento terroristico di cui comunque faceva parte. 
Mustafa al-Aziz al-Shamiri ad ogni modo ha annunciato che una volta libero non riprenderà la lotta, non tornerà nello Yemen e andrà a stabilizzarsi in un Paese disposto ad accoglierlo dove cercherà di ricostruirsi una vita grazie anche agli studi e alle competenze che avrebbe acquisito in questi tredici anni passati in carcere. 
Insomma,non proprio uno stinco di santo visto che comunque al movimento di Bin Laden era realmente affiliato, ma scambiare un semplice soldato per un generale non è proprio il massimo della professionalità per l’intelligence statunitense.  
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