Microsoft, server sostenibili subacquei: l'idea "sommergibile" è di un dipendente

02 febbraio 2016 ore 14:12, Americo Mascarucci
Come impedire che i server si surriscaldino? Con l’aria condizionata? Questa è la prima risposta che viene in mente, la più ovvia che però è anche molto costosa.
E allora? Come risparmiare sui costi? Microsoft potrebbe aver trovato la soluzione più idonea ossia la realizzazione di un di centro dati in grado di lavorare a centinaia di metri sotto la superficie del mare. 
A partire dal 2013, dall'idea di un dipendente che aveva operato con i sommergibili della marina militare statunitense, Microsoft ha dato il via ad uno specifico progetto sviluppando il prototipo Leona Philpot. Si tratta di una capsula di acciaio contenente un singolo rack mantenuto a temperatura da un sistema di raffreddamento a base di azoto sotto pressione: la capsula è stata immersa sott’acqua ad un’altezza di circa dieci metri a largo delle coste della California. Quando a dicembre è stata ripescata il monitoraggio dei dati raccolti dalla miriade di sensori con cui era equipaggiata, ha dato buoni risultati. E’ nato così il progetto Project Natick, che potrebbe usare cavi di grandi tubi in acciaio collegati a cavi di fibra ottica posti sul fondale marino. Un'altra possibilità è quella di mantenerli sospesi sulla superficie in modo da catturare l'energia dell'oceano. 
"Quando ho sentito parlare di questo ho pensato, acqua... elettricità, perché dovrebbe funzionare?'" ha detto al New York Times Ben Cutler, un progettista per Microsoft che ha lavorato al progetto. "Ma più ci pensavo, più in realtà la cosa sembrava aver senso".
Microsoft gestisce più di 100 data center a terra in tutto il mondo e ha speso più di 15 miliardi di dollari su un sistema di data center globale che oggi offre più di 200 servizi on-line in tutto il mondo. 
I contenitori di server sommersi potrebbero contribuire a rendere i servizi più veloci. Gran parte della popolazione mondiale oggi vive in centri urbani vicino agli oceani, ma lontano dai data center di solito costruiti in luoghi dove c'è poca popolazione e con un sacco di spazio. La capacità di avvicinare i data center agli utenti finali diminuisce la latenza, vale a dire il tempo impiegato per esempio da quando l'utente apre una pagina web a quando la visualizza completa (non dipende mai solo dalla velocità della propria connessione adsl o fibra, c'è da considerare il tempo di risposta dei server).
La società ritiene, inoltre, che per costruire una capsula di contenimento servono soli 90 giorni, molto meno tempo rispetto ai due anni necessari per costruire un data center a terra. Gli ingegneri coinvolti nel progetto ritengono che basta un giorno per una semplice espansione. Inoltre, i data center sottomarini potrebbero essere in grado di alimentarsi da soli utilizzando turbine sottomarine o sfruttando le maree per produrre energia, quindi energia pulita.
Un progetto dunque interessante che tuttavia prima di essere realizzato necessiterà di ulteriori collaudi. Anche perché, come sempre avviene in questi casi, ai vantaggi in questo caso notevoli, corrispondono inevitabilmente anche degli svantaggi. Se si verificano ad esempio dei guasti chi andrebbe in fondo al mare a ripararli? E poi, domanda non certamente trascurabile, l'attività di queste centrali sottomarine che impatti produrrebbe dal punto di vista ambientale? 

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