Rivelazione, Laboccetta: "Vi racconto del golpe bianco di Fini e Tremonti con la regia del Colle"

02 febbraio 2016 ore 13:20, Lucia Bigozzi
“In quei mesi, Napolitano seppe blandire il presidente della Camera Fini nell’aggressione politica al governo Berlusconi. Ancora oggi, il ‘giovanotto” Giorgio esercita un potere notevole, sul governo Renzi ma anche in Europa”. Il futuro del centrodestra: “C’è se tutti fanno un passo indietro e riparte dagli uomini di cultura che nel centrodestra abbondano”. Due flash, significativi, della storia recente e di quella attuale che Amedeo Laboccetta, ex parlamentare del Pdl, ricostruisce ed analizza nel suo libro “Almirante, Berlusconi, Fini, Tremonti, Napolitano. La vita è un incontro” (edito da Controcorrente). Un focus impietoso su cosa ci fu, a livello nazionale e internazionale, dietro la caduta del governo Berlusconi. Intrecci e personaggi, vissuti e testimoniati da Laboccetta che oggi svela nella conversazione con Intelligonews

Nel suo libro lei parla di un “golpe bianco”, riportando la telefonata cui lei ha assistito tra l’allora presidente della Camera Fini e l’allora capo dello Stato Napolitano che lei descrive come il “grande regista” della caduta del governo Berlusconi, democraticamente eletto. Secondo lei, oggi l’ex presidente esercita ancora la sua “moral suasion”?

«Non c’è dubbio che c’è stata un’influenza – chiamiamola così -, un’attività frenetica in quegli anni quando Napolitano era presidente della Repubblica e Gianfranco Fini era presidente della Camera. I due si conoscevano da tempo, tra di loro c’era una grande intimità e da navigato politico quale era, Napolitano ha saputo blandire la terza carica dello Stato e indurlo a commettere una serie di errori che ben conosciamo. Abbiamo vissuto quel periodo e abbiamo tentato – io ed altri – di convincere Fini che era totalmente inopportuno quell’atto di aggressione politica nei confronti di Berlusconi, ma Fini è andato per la sua strada. Ritengo che oggi l’ex capo dello Stato abbia ancora un notevole potere di condizionamento nello scenario politico attuale, come lo ebbe ai nostri tempi»

Lo eserciterebbe anche nei confronti di Renzi premier e del suo governo?

«Non c’è dubbio. Conosciamo bene la capacità di influenza politica di Napolitano»

Come legge il ticket istituzionale Renzi-Mattarella? Siamo ancora di fronte a una diarchia, a un controllo, una gestione dall’alto oppure ci sono i presupposti per tornare a una democrazia che riparta dal basso? 

«Mi auguro che in Italia torni la democrazia, da troppo tempo ibernata, congelata, controllata da un sistema lobbistico di potere che decide tutto e il contrario di tutto. Se andiamo a individuare chi gestisce e controlla i palazzi romani della politica e in parte anche alcune regioni strategiche, scopriamo che sono in tutto quindici personaggi»

Con le dovute proporzioni, Renzi e Mattarella hanno qualcosa in comune con il “tandem” di allora Fini-Napolitano? Esiste o una nuova diarchia?

«Ci sono tratti in comune, anche se i personaggi sono diversi. Renzi dà l’immagine dello spaccone, del simpatico, del movimentista mentre Mattarella è una figura estremamente ingessata. Ecco, il mix tra dinamismo di Renzi che piace alla gente e il passo felpato di Mattarella richiama un autorevole scrittore per il quale oggi in Italia ci sono quattro grandi animatori…».

Chi sono?

«Il decano degli animatori è Berlusconi; Renzi è il giovane animatore che cerca di sospingere in alto il morale dell’opinione pubblica. Poi ci sono Salvini e Grillo: questi quattro animatori, di fatto, hanno un ruolo in questo Paese, ma il regista delle operazioni strategiche resta ancora oggi il ‘giovanotto’ Giorgio Napolitano il cui potere viene da lontano; dai suoi rapporti internazionali, dal ruolo che ha rivestito a partire dagli anni Cinquanta, dalle ottime relazioni americane che ha saputo costruire anche ai tempi della Guerra Fredda».

Nel suo libro lei fa un’analisi molto critica dell’operazione politica di Fini che portò alla nascita di Futuro e Libertà. Quello che voleva essere il tentativo di costruire una destra moderna affrancata dal berlusconismo d’antan, in realtà si rivelò un boomerang che finì per distruggere la coalizione. Oggi nella ricostruzione dello schieramento lei intravede margini per rendere quel progetto efficace?

«Se oggi il centrodestra non riparte dalla cultura non farà lunga strada. Io tenterei di convincere tutti a fare un passo indietro perché occorre lasciare spazio, affidarsi a uomini di cultura, intellettuali quali Gennaro Sangiuliano, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco, Paolo Isotta solo per citarne alcuni. Ripartiamo da un grande progetto culturale, movimentista, ma che abbia un’anima, perché la politica è passione ma soprattutto è cultura e senza cultura e conoscenza non si va da nessuna parte. Qui ciascuno dice che vuole ricostruire il centrodestra ma sono sempre gli stessi personaggi. Non credo che chi ha avuto un’opportunità e l’ha sprecata oggi possa pretendere di porsi come una novità. Lo dico con rispetto: vedo tante individualità ma sono tanti solisti; nessuno vuole fare il gioco di squadra e siccome a dirigere la squadra o l’orchestra non c’è un Maradona o un Riccardo Muti, diventa uno sforzo che non raggiunge l’obiettivo. Ecco perché dico: lasciamo il campo agli uomini di cultura che nel centrodestra abbondano»

Ma politicamente aveva senso l’operazione Futuro e Libertà?

«Fu un momento di follia collettiva guidato da Fini che pensava di essere diventato il proprietario della cosa pubblica: in quella operazione politica non c’era retroterra culturale, non c’erano circoli sul territorio; in sostanza, fu un’operazione fatta nel Palazzo e come tutte le operazioni di Palazzo finiscono in un tempo veloce: quella durò lo spazio di un mattino. Ma ci fu un altro grande errore?».

Quale e da parte di chi?

«Lo commise Berlusconi quando il 14 dicembre 2010 riuscimmo a battere la mozione di sfiducia per tre soli voti. Io fui tra i pochi a dire a Berlusconi: adesso vai dal capo dello Stato e pretendi di tornare al voto perché è impossibile governare con tre voti di scarto. Berlusconi preferì seguire altre metodologie; pochi parlamentari tornarono indietro ma era un’operazione troppo confusa e quello fu l’errore di Berlusconi; tanto è vero che poi passò un’altra volta l’operazione di Napolitano».

A questo proposito lei scrive anche di un “golpe” internazionale che poi portò al governo Mario Monti, ma prima ci furono le 3G, ovvero Gianfranco (Fini), Giulio (Tremonti) e Giorgio (Napolitano). Che vuol dire?

«Prima dell’arrivo di Monti, ci fu un altro politico che si comportò in maniera “paraFini” e fu Giulio Tremonti. Anche lui si lasciòà suggestionare dai ragionamenti di Napolitano. Nel mio libro ho richiamato un saggio di uno storico e intellettuale inglese, di sinistra, Perry Anderson che ha scritto “The Italian disaster” (mai tradotto in Italia e prima o poi ne me incaricherò io di farlo) molto interessante che gli italiani dovrebbero leggere per capire cosa accadde in quei mesi»

Ma il “Patto delle 3G” esiste ancora oggi? C’è ancora un’Italia sotto controllo, eterodiretta da Bruxelles?

«Purtroppo è ancora così, perché i rapporti sono sempre gli stessi, le relazioni sono identiche, gli intrecci perversi sono gli stessi. Forse questo lo spiegherò in un prossimo libro; in questo ho voluto dare un contributo alla verità che si muove con lentezza ma alla fine esce tutta fuori»

Eppure Renzi sta bacchettando l’Europa. Qual è la sua valutazione?

«Nella sostanza non ha mai mandato messaggi minacciosi. Renzi insegue la propaganda; i media lo rappresentano come uno che sta alzando la voce, ma se andiamo ad analizzare a fondo, mi pare che il tono della sua voce non sia troppo alto»

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]