Family Day, un popolo che al momento non ha Pastori ed è a rischio Clinex

02 febbraio 2016 ore 14:21, Fabio Torriero
Subito dopo il Circo Massimo, la meravigliosa piazza di sabato 30 gennaio, dopo la congiura del silenzio, la rimozione o la banalizzazione, è partita la strategia opposta, cinicamente pianificata dal sistema mediatico: sparare al cattolico (o al cittadino anti-Cirinnà), massacrarlo in ogni trasmissione, con vere e proprie trappole, basate sull’insulto, l’aggressione, l’ironia, la macchiettizzazione e la palese ingiustizia di studi tv, assolutamente e volgarmente sproporzionati, sbilanciati; della serie, tre contro uno, con conduttori schierati e faziosi, mai indipendenti. Gli unici che hanno conservato una certa dignità e obiettività sono stati, va riconosciuto, Bruno Vespa e Paolo Del Debbio. E li ringraziamo.
Ma cosa c’è dietro il livore, la schiuma giacobina, il battutismo, dei vari conduttori e autori de Le Iene, Presa Diretta, Fuori Onda, Gazebo, Domenica Live, Mi manda Rai Tre, il delirio isterico della Littizzetto? Semplice: il nazi-buonismo. Sono buonisti a parole, nazisti nei fatti.

Family Day, un popolo che al momento non ha Pastori ed è a rischio Clinex
 E’ la nuova dittatura “del pensiero unico laicista”. In nome della democrazia, del progresso, dei diritti civili, della tolleranza, della società cosmopolita, multirazziale, multiculturale e multi-religiosa, della misericordia per tutti (dai migranti ai ladri che entrano in casa), gli unici che devono andare sul patibolo, sono quelli che si oppongono al pensiero unico. I poveracci controcorrente.
In nome di cosa vengono messi sul patibolo? Del Medioevo, della religione che vuole impedire la libertà? Religione vista come insopportabile freno per ogni “legittima” pulsione dell’io?
No (o almeno non solo per questo), per una ragione molto più semplice. La piazza del 30 gennaio ha dato fastidio (ha fatto letteralmente impazzire a 360 gradi), per il suo essere orgogliosamente, festosamente, serenamente, normale; fatta di famiglie positive, normali, felici, addirittura istruite (un vero e proprio trauma per i giornalisti killer andati a coglierli nel sacco). Persone che non hanno bisogno di essere “anormali”, di alterarsi, di andare contro natura (apriti cielo) per essere felici (si pensi alla delegittimazione sempre più forte dell’identità maschile e femminile, alla nuova religione dell’uomo-fluido, alla negazione della fecondità come dono, al valore procreativo, alla negazione del matrimonio naturale, composto da uomo, donna, e figli, al diritto a drogarsi), col risultato che questi alterati, felici non sono mai: si vedano i suicidi, le depressioni, l’alcol e la droga, le alienazioni di ogni genere in quelle società “avanzate”, che oggi si vorrebbero prendere come esempio di avanguardia, rispetto all’Italia fanalino di coda, e simbolo di regresso, a causa della presenza reazionaria della Chiesa.

Il Family Day ha sancito la vittoria della realtà contro l’ideologia, della verità e della natura, contro la follia del mentale, che mira a trasformare ogni desiderio in diritto. In proposito, ricordiamo ancora una volta le parole di Pier Paolo Pasolini su Scritti Corsari: “Il nuovo fascismo è l’omologazione repressiva finto-tollerante. E’ il nuovo edonismo di massa. Il perfetto consumatore non può che essere perfetto divorzista e perfetto abortista. Tutto ridotto a merce, consumo”. Un Pasolini che metteva in guardia la stessa sinistra, il Pci e i radicali di allora (1974): “Altro che diritti civili, rischiate di difendere unicamente i diritti dei consumatori”.

Inciso. Perché tutti i soloni di certa sinistra intellettuale, giornalistica, politica, sempre dalla parte del popolo, e dei diritti del lavoratori, perché la Littizzetto, i vari Vendola, non si preoccupano delle donne sfruttate che prestano il loro corpo per soldi, per soddisfare i capricci di gay ricchi? Non c’è un diritto ad avere figli, ma solo il diritto dei figli ad avere un padre e una madre.

Questo è stato il senso profondo della grande manifestazione del 30 gennaio, ben oltre il rifiuto e il no al Ddl Cirinnà e all’utero in affitto.
E’ servita a smascherare ogni ipocrisia sull’argomento, i tanti professionisti del cattolicesimo, che in Parlamento non brillano per coerenza politica, e per denunciare il cedimento di certa Curia, nel nome di un buonismo sbracato, perdente e troppo misericordioso. Che vorrebbe i cattolici rintanati in casa, nel privatismo, o nel misticismo astratto del vecchio associazionismo istituzionale, tra l’altro ormai imploso. Credenti senza aspirazione alla polis, alla coscienza e passione civile, al senso di appartenenza ad una comunità di destino (ma i talenti non sono per la comunità?); in una parola, a quello “spazio pubblico da rioccupare”, che papa Benedetto aveva auspicato.
Una piazza che, al momento non ha pastori, interpreti e ha pochissimi interlocutori. Ma che sta vedendo la nascita, ancora molto embrionale di una nuova classe dirigente dal basso, cattolica e identitaria.
Se deve nascere una Solidarnosc italiana (contro il politicamente, culturalmente e il religiosamente corretto), si deve avere la consapevolezza di chi è stato sconfitto, il perdente dal 30 gennaio. Due persone: Renzi e Galantino.

Renzi, formalmente cattolico, sostanzialmente grande architetto della “società radicale di massa” (stendendo un velo pietoso sulla costruzione giuridica della sua Repubblica, che almeno sarà oggetto di referendum): basta mettere insieme tutte le iniziative legislative del suo governo (divorzio breve, doppio cognome, droghe leggere, unioni civili, matrimoni gay, utero in affitto, depenalizzazioni a 360 gradi, ius soli), per rendersene conto.
E Galantino, in quanto fermo oppositore della piazza cattolica, ritenuta un’inutile contrapposizione, una sterile prova di forza ideologica, una piazza divisiva. Assolutamente ridicolo è stato anche il tentativo di spostarla, svuotandola (le tematiche fiscali, avulse dalla pedagogia cattolica). Questa piazza era, prima delle conversioni a u, già nel dna pacifica e non aggressiva. Ben prima del cappello (non pervenuto) di Galantino. E qui, un grazie di cuore va al presidente della Cei Bagnasco, a Ruini, che l’hanno, invece, saputa apprezzare.
I credenti non hanno bisogno di vescovi-pilota, ma nemmeno, di vescovi-kamikaze.
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