Utero in affitto, l’“Odissea Lgbt” di Elisa Gomez: madre ma solo per gli alimenti

02 febbraio 2016 ore 17:26, Fabio Torriero
Prove tecniche del mondo che verrà, di come i desideri devono diventare “obbligatoriamente” diritti e di come le persone, da angeli si trasformano spesso in demoni, specialmente quando si cerca di negare loro questi desideri e di limitare la realizzazione (tra l’altro, fraudolenta) delle loro pulsioni. E prove tecniche degli effetti indotti del Ddl Cirinnà. Oggi, infatti, presso la sala Nassirya del Senato, grazie all’organizzazione di Toni Brandi (ProVita), e del parlamentare forzista Lucio Malan, è stata raccontata una storia terribile, una vera e propria Odissea-Lgbt.

Utero in affitto, l’“Odissea Lgbt” di Elisa Gomez: madre ma solo per gli alimenti
A parlare Elisa Gomez, un’artista, una madre “non surrogata”, come ha preferito definirsi, ma “surrogante”, costretta a sottostare, appunto, a un contratto di maternità surrogata negli Usa, per gravi motivi personali (economici, ragioni di salute di sua figlia), e dopo essere stata abbandonata da suo marito.
Una decisione di cui si è amaramente pentita e si pentirà tutta la vita; un dramma senza fine, che grida vendetta.
Le sue parole sono emblematiche e toccanti: “Nel 2006 ricevo 8mila dollari, dopo essermi rivolta a donatori su Internet. Non avevo i soldi per pagarmi un’agenzia, un avvocato, per leggere bene tutte le condizioni. Scelsi una coppia gay, sembravano carini, educati, sensibili. Poi sono diventati dei mostri. Durante la gravidanza e soprattutto durante il travaglio, non mi hanno lasciata mai sola. Dovevo capirlo. Appena partorito, mi hanno riaccompagnato a casa, ipocritamente premurosi, ero stanchissima, e dopo di che, mi hanno rapito la figlia”.

“Nel contratto - chiarisce la Gomez - i due gay avevano sottoscritto la garanzia che la madre fossi io, la surrogante. Invece sono spariti. E da allora sono in causa”. E da qui, una sfilza di vessazioni e di violenze
verbali, pure le minacce telefoniche, o via email (da ubriachi), fino alle due sentenze di condanna, da parte della Corte della Pennsylvania “che mi ha trattato come una pazza, una squilibrata, una senza lavoro, immigrata irregolare. Mi hanno sottoposto a continue perizie psichiatriche, finite tutte a mio favore, ma non è servito a nulla”. Le ragioni? “I magistrati che mi giudicavano appartenevano tutti alla lobby Lgbt”.
Questa battaglia legale, per farle riconoscere i suoi diritti di madre, e i diritti del bambino ad avere una madre, le è costata finora 22mila dollari”.
Morale? E’ stata censurata con tanto di sentenza: non può denunciare in pubblico negli Usa la sua vicenda; in “quanto madre” è tenuta a pagare gli alimenti per la figlia, ma in quanto surrogante, ha avuto un diritto di visita limitato a qualche ora alla settimana, ora, dopo l’ultima sentenza, annullato. Oltre il danno anche la beffa.
Conclusione: “La maternità surrogata, l’utero in affitto, è la schiavitù per la donna”.

Inutile ribadire lo stupore e le domande infastidite dei colleghi della stampa, tutti protesi quasi a colpevolizzare lei (la vittima), la sua presunta non conoscenza delle regole, e a non turbare l’impianto giuridico e culturale del Ddl Cirinnà. Evidenziando le differenze con la legge italiana che il Senato sta per approvare.
Da noi non potrebbe succedere (ritengono i fan del Ddl Cirinnà), a noi succederà altrettanto: per Malan e Brandi.
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