L'Italicum supera la prova del 3 tra molti sì e 38 nì. Il Pd si spacca e Renzi tira dritto

02 maggio 2015, Lucia Bigozzi
L'Italicum supera la prova del 3 tra molti sì e 38 nì. Il Pd si spacca e Renzi tira dritto
L’italica settimana si apre con la tempesta e si chiude con la maretta. Renzi incassa le tre fiducie poste dal governo su altrettanti articoli della legge elettorale e va dritto al voto finale di lunedì. 

Resta l’incognita del voto segreto, se Forza Italia lo chiederà, come segnalano gli spifferi di Intelligonews. Lo stesso partito che per bocca di Mara Carfagna sta pensando di portare la legge elettorale nelle urne referendarie chiamando a raccolta gli elettori. La sintesi della settimana parlamentare sta nell’analisi del direttore di Intelligonews Fabio Torriero che si domanda: la Camera ormai come il Cnel?

PSICODRAMMA PD. Quello che molti consideravano un referendum su Renzi e il suo governo (compresa buona parte dei renziani nel gioco di numeri contro le minoranze) in realtà si è rivelato un test che ha messo in evidenza le contraddizioni interne al partito che lo stesso Renzi guida da segretario. Al punto che in Aula a Montecitorio, il voto di fiducia consegna alle cronache parlamentari (e pure all’elettorato dem) due Pd. Quello del premier-segretario-asfaltatore e quello dei resistenti-oppositori di Fassina, Bersani, Bindi e Civati. 

Le minoranze non hanno fatto muro, anzi i mattoni si sono sfaldati quando 50 dei 90 parlamentari di Area Riformista, il “correntone” che fa capo a Speranza e Bersani hanno votato sì pur turandosi il naso. In 38, invece, non hanno partecipato al voto. Ma è sulla prova muscolare di Renzi che si concentra il dibattito politico dentro e fuori il partito del premier. In casa dem, la senatrice Laura Puppato nella conversazione con Intelligonews dice che la fiducia proprio non se l’aspettava, mentre per Chiara Geloni giornalista vicina alla minoranza dem la fiducia Renzi la voleva fin dall’inizio. 

Dal Gruppo Misto Pino Pisicchio segnala che dopo l’annuncio del ministro Boschi sulla fiducia cui corrisponde un durissimo j’accuse del capogruppo di Sel Arturo Scotto con annesso lancio di crisantemi verso i banchi del governo, in Aula si è diffuso “l’horror vacui” e Massimo Corsaro (Misto) aggiunge: “Dal premier un atto di debolezza”. 

Diverso il parere di Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica e sottosegretario all’Economia che rivendica l’atteggiamento leale e coerente del suo partito ma sollecita il governo a fare di più sul versante delle riforme istituzionali. Il pasdaran anti-renziano Stefano Fassina (Pd) contrattacca stabilendo una sorta di parallelismo tra l’apriscatole di Grillo e la fiducia di Renzi e da Area Riformista il parlamentare Marco Meloni definisce la scelta del premier “un errore mortale”. Il collega di ‘componente’ Davide Zoggia spiega il suo non voto ma non vede all’orizzonte scissioni o ipotesi di gruppi autonomi. E lo fa nel giorno in cui Bersani dichiara che “questa non è la mia ditta”. Tra i renziani di rito ortodosso, Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera prevede che tutto filerà liscio e che la fiducia è un atto previsto dalle regole del gioco. 
 
LE OPPOSIZIONI. Dai ranghi forzisti il senatore Lucio Malan ammette nell’intervista a Intelligonews: “Noi fregati da Renzi”, mentre il capogruppo alla Camera Brunetta paragona il premier a Mussolini. Strani parallelismi con la lettura che i grillini rivendicano negli interventi in Aula. A Intelligonews il parlamentare 5S Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale, avverte che con il ricorso al voto di fiducia “Renzi è il nuovo Mussolini”. 

La vigilia del primo maggio si chiude con il terzo sì che vale la fiducia alla legge elettorale e tutte le opposizioni che non votano lasciando Renzi solo con il “suo” Italicum. Ora resta solo un voto, quello decisivo. 

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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