Rilasciato il numero 2 di Facebook, non è più "pericoloso" per il Brasile

02 marzo 2016 ore 14:31, Lucia Bigozzi
In Brasile è considerato “pericoloso”. Non è un pericoloso latitante, ma il numero 2 di Facebook. Le manette sono scattate ai polsi di Diego Dzodan, vicepresidente del colosso social. L’accusa?  Per gli uomini della polizia federale brasiliana avrebbe ostacolato l’accesso ad alcuni dati WhatsApp, una delle società collegate al gruppo Facebook, nell’ambito di un’indagine sulla criminalità organizzata. Per questo, il giudice di Lagarto, città nello Stato di Sergipe, ne ha disposta la cattura firmando un mandato ad hoc. In pratica, secondo gli investigatori, l’ordinanza di custodia cautelare per il vicepresidente di Facebook, è scattata a causa della “ripetuta non osservanza degli ordini del tribunale” da parte di Dzodan, di condividere con le autorità giudiziarie una serie di dati richiesti nell’ambito di un’indagine condotta sul traffico di stupefacenti. In particolare, secondo l’accusa, sarebbe stato negato l’accesso alla verifica di una serie di messaggi che i narcotrafficanti si sarebbero scambiati proprio su Whatsapp.

Ora la notizia che il giudice brasiliano Ruy Pinheiro del Tribunale dello Stato di Sergipe ha ordinato il rilascio di Dzonan. Secondo il giudice, Dzonan dovrà ora essere rilasciato perché la sua detenzione è da considerarsi una misura 'eccessiva'. Anche Facebook ieri aveva definito 'sproporzionato' l'arresto.

Rilasciato il numero 2 di Facebook, non è più  'pericoloso' per il Brasile
Dzodan, era stato arrestato mentre si recava al lavoro nel quartiere di Itaim Bibi, una zona situata a sud della metropoli brasiliana. L’uomo ha nazionalità argentina. Nei suoi confronti il magistrato aveva ordinato il fermo e secondo quanto si è appreso, da alcuni mesi aveva chiesto a Facebook di divulgare, ai fini dell'indagine, il nome dei partecipanti di un gruppo di Whatsapp, la chat social che veniva utilizzata per scambiare informazioni sul traffico di droga. Già da un mese, l’uomo sta pagando una multa giornaliera di un milione di reais (poco meno di 300mila euro). Sul caso che ha destato scalpore e che per certi aspetti presenta delle similitudini con la querelle aperta negli Usa da un giudice della California nei confronti di Apple per l’accesso all’iphone ritenuto in uso di uno degli killer della strage di San Bernardino, è intervenuta Facebook. I vertici del colosso social hanno commentato l’arresto del vicepresidente in modo molto duro. E in una nota spiegano: “Siamo molto amareggiati. Si tratta di una decisione estrema e non proporzionata”. Poi il portavoce di Facebook ha aggiunto: “Siamo sempre stati disponibili e continueremo ad esserlo a collaborare con le autorità”. Non è mancata neppure la reazione di WhatsApp  che ha ribadito di non potere “fornire informazioni che non abbiamo. Abbiamo cooperato nel pieno delle nostre capacità in questo caso e anche se rispettiamo l'importante ruolo delle forze dell'ordine, siamo fortemente in disaccordo con la loro decisione”.

Non solo, ma i vertici della chat social sottolineano un altro aspetto: “WhatsApp e Facebook funzionano in modo indipendente, quindi la decisione di arrestare un dipendente di un’altra società è un passo estremo e ingiustificato”. Infine alcune delucidazioni tecniche sulle modalità di funzionamento della piattaforma attualmente più gettonata dagli utenti di Internet: “WhatsApp non memorizza i messaggi delle persone. Li trattiene fino a che non vengono consegnati, dopo esistono solo sui dispositivi degli utenti. Nessuno, nè WhatsApp o chiunque altro può intercettare o compromettere i messaggi degli utenti" ha concluso”. Ma quello capitato a Facebook non è il primo caso che si verifica in Brasile: già nello scorso dicembre, un giudice di Sao Bernardo do Campo, decretò con un provvedimento la sospensione di WhatsApp per quarantotto ore su tutto il territorio nazionale. In quel caso, la disposizione fu annullata da un altro magistrato che nello stesso giorno ordinò il ripristino di tutte le funzioni della piattaforma social. Ora una nuova vicenda che le due società contestano duramente: quanto basta per una battaglia giudiziaria che già da adesso si preannuncia molto serrata. 
autore / Lucia Bigozzi
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