Banche Centrali: quanto contano e quanto possono dalle dirette voci dei banchieri

02 novembre 2015, intelligo
Banche Centrali: quanto contano e quanto possono dalle dirette voci dei banchieri
di Alessandro Corneli

La domanda può apparire troppo grossa e sicuramente provocatoria, ma legittima: a che servono le Banche centrali in un regime di libertà di circolazione dei capitali? Se gli Stati, intesi come potere politico che ha la responsabilità del benessere nazionale, non hanno il controllo delle Banche centrali, qual è la funzione degli uni e delle altre? Ovviamente parlo di funzioni vere, che incidono sulla realtà economica nazionale e, di conseguenza, su quella internazionale. 

Su questa testata, il 21 settembre scorso, pubblicai un articolo in cui descrivevo la “solitudine” dei banchieri centrali come Janet Yellen, Mario Draghi e il giapponese Haruhiko Kuroda, aggiungendo che le Banche centrali “hanno salvato l’economia finanziaria ma non hanno ridato salute e vigore all’economia reale”. Ora, su La Stampa del 2 novembre, l’illustre giornalista finanziario Francesco Guerrera – per un decennio al Financial Times e ora al Wall Street Journal, quindi ai vertici dell’informazione economica mondiale – ha scritto che “le banche centrali sono disarmate”. Giganti all’epoca della crisi finanziaria, “oggi, invece, sono piccini piccini, senza un piano d’azione nuovo, circondati da nemici e incapaci ad agire… Sembrano smarriti, incapaci di convincere i mercati e le economie a seguire gli ordini delle loro politiche monetarie”. Ovvero: “In pochi anni, siamo passati dall’era dell’onnipotenza all’epoca dell’impotenza delle banche centrali”.  E questo indipendentemente dai contenuti delle linee politiche perché la Fed è orientata ad alzare i tassi mentre la Bce dichiara di dover continuare a stimolare l’economia con immissioni di liquidità.

Ben Bernanke, l’onnipotente predecessore della Yellen, nelle sue memorie ha scritto: “Sapevamo che se avessimo agito, nessuno ci avrebbe ringraziato ma se non avessimo agito, chi si sarebbe mosso?”. Ma taciti ringraziamenti ci sono stati: le banche e le assicurazioni sono state salvate, ma con i miliardi dei contribuenti (debito pubblico), e soldi ne hanno guadagnato gli speculatori con il gonfiamento della bolla speculativa “sia nel mercato azionario sia in quello delle obbligazioni”. Guerrera scrive che, specie in America, è fortissimo il dibattito sul ruolo dei banchieri “indipendenti dal potere politico ma non eletti da nessuno”. Elegante frase che nasconde la realtà della reale dipendenza del potere politico dai banchieri centrali: una verità che sta emergendo nella campagna elettorale per le presidenziali. Sul lato repubblicano si ricorda che la Fed “è stata creata dal Congresso e deve essere sorvegliata dal Congresso”. Sul lato democratico, si chiede che la Fed faccia di più, ma in linea con un aumento delle spese governative. In entrambi i casi si vuole riconoscere al potere politico un ruolo nello stimolo all’economia reale. 

Secondo Paolo Savona, le Banche centrali avrebbero dovuto sottrarsi al trasferimento della responsabilità di governare la crescita dell’economia reale da parte dei Governi, invece di sostenere la loro politica fiscale sia in direzione espansiva, come negli Usa e in Giappone, sia in direzione restrittiva, come nell’Ue fino alla svolta dell’ultimo anno. Ma come resistere alla tentazione e all’ambizione?  

Il punto è che, alla fine, né le Banche centrali né i Governi hanno controllato l’immissione di liquidità (debito pubblico) che, per vie diverse, hanno favorito e consentito perché i capitali, e chi li gestisce, restano del tutto liberi di muoversi, di cercare i profitti più redditizi, o di finanziare la produzione spostandosi da un luogo all’altro, in assenza di qualsiasi progetto concreto e di lungo periodo che abbia come obiettivo una ripresa dell’occupazione fondata su redditi da lavoro che consentano la formazione di un risparmio vero (non per paura del domani, come accade in Italia) che resta la base degli investimenti produttivi. Il risparmio finto, quello che deriva dai soli investimenti finanziari speculativi, infatti, non crea lavoro, se non per pochi, e diventa autoreferenziale. Con rischi sociali appena dietro l’angolo poiché una nuova crisi finanziaria, in seguito allo scoppio di una nuova bolla, colpirebbe i fondi pensione indipendenti o volontari, con ovvie e drammatiche conseguenze. Gli Stati e alle Banche centrali dovranno allora riversare tanta liquidità che l’agognata inflazione moderata si trasformerà in una inondazione. Ma sarà troppo tardi.

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