Brexit creerebbe un buco di 77 mld alle banche. Non solo

02 novembre 2016 ore 12:47, Luca Lippi
Il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione Europea è un gioco a somma zero, sia per alcuni paesi dell’Unione Europea sia per gli stessi inglesi. 
Un’antica disputa tra britannici, tedeschi e francesi emerge nuovamente ma nei fatti è solamente il consolidamento di una piattaforma strutturalmente modificata dopo l’uscita dei britannici dalla Ue.
Secondo il Sole24Ore i britannici sarebbero spregiudicati, il voto del referendum peserebbe sull’economia britannica che è troppo focalizzata sui servizi e capitali finanziari, poco o niente sulla manifattura. L’ultimo alert è arrivato ieri da mister Xavier Rolet, il potentissimo ceo del London stock exchange, che prima del voto pregustava già gli esiti di una annunciata mega fusione con la Borsa di Francoforte. 
Ma veramente è accettabile che un’economia come quella Britannica, soprattutto la Finanza britannica, non abbia considerato ogni strategia post Brexit? 
E’ ovviamente assai improbabile! lo spostamento da Londra delle clearing house sull’euro potrebbe costare alle banche 77 miliardi di dollari, costi che neanche un’economia come quella del Camerun può ignorare con largo anticipo rispetto alla contabilizzazione di un’eventualità.
Le voci sono che i leader francesi e tedeschi hanno già detto chiaro e tondo che le stanze di compensazione non potranno restare nella capitale britannica una volta che Londra lascerà l’Unione europea, e non dicono altro che un’ovvietà, quindi non è una notizia!
Questo imporrà secondo Rolet “costi proibitivi alle banche europee”u na volta che le operazioni di clearing verranno trasferite “le banche non torneranno più a Londra. Quello che è più probabile è che New York beneficerà più di tutte di questa nuova situazione”, ha spiegato il ceo della Borsa londinese. E questo i banchieri Britannici non lo avrebbero considerato?
Facciamo una riflessione sulla Storia prima che sui numeri
La Germania non ha, storicamente e tradizionalmente, le caratteristiche per poter guidare un continente. L’ideale sarebbe trovare quel perduto equilibrio tra nazioni che l’isolamento inglese ha contribuito ad accentuare. 
Angela Merkel, come i suoi predecessori, resta un leader di caratura in questa confusione di intenti e di strategie da parte di politici e tecnocrati, ma è il leader di un paese continentale assolutamente ritroso dal punto di vista geopolitico (e, guardando alla storia, si capisce perché vuole continuare a esserlo) e che sta praticando una leadership basata sulle sue regole di austerity imposte agli altri paesi. Allora ecco che le linee di faglia da potenzialmente pericolose per la disintegrazione del Regno Unito, si stanno già trasferendo al di qua della Manica.
La realtà è piuttosto un’altra, l’uscita di Londra pone tre principali questioni non facili da dirimere: per la Gran Bretagna una problematica economica, per il futuro  dell’Unione Europea, una problematica di tipo politico legata agli equilibri, se ancora ve ne fossero, tra gli stati membri e per tutti e due gli attori regionali l’aspetto che viene considerato più importante, cioè l’indebolimento della sovranità parlamentare, il perdurare di uno “stato di eccezione” e non da ultimo, la fine della democrazia. 
La fine della democrazia ci sarà sicuramente, basta aspettare 
Londra sta ancora beneficiando degli effetti economici lasciati dal governo Cameroon, da come è riuscita in questi anni ad affrontare la crisi economica e da una struttura del sistema-paese robusta ed efficiente. 
Tuttavia, il modesto rallentamento nei mesi post-referendum del Pil britannico (dal 0,7% del primo trimestre al 0,5% del secondo) sconta un effetto abbastanza prevedibile quale la svalutazione della sterlina che in sé ha i suoi benefici se le esportazioni aumentassero. 
Da questo punto di vista il Regno Unito partiva da una situazione che, per capirci, è esattamente opposta a quella fortemente mercantilista della Germania. 
Il risultato è che se i prezzi più elevati per le importazioni non sono compensati dall’aumento delle esportazioni l’effetto sarà parecchio negativo per i cittadini britannici e si tradurrà in un rialzo dell’inflazione e in tagli di salario reale. Se aggiungiamo agli squilibri di parte corrente gli squilibri altrettanto significativi fra territori, con la Scozia che già ha chiesto una nuova consultazione referendaria per chiedere l’indipendenza da Londra, il quadro di instabilità interno è assicurato, nonostante la nuova dimensione assunta dai Tory e dal Primo Ministro inglese, Theresa May.
Ma la realtà dopo le teorie qual è?
La disoccupazione è in calo, i prezzi sono stabili, c’è un clima di ottimismo e di fiducia nei consumatori, il Governo ha perfino registrato un avanzo di bilancio a luglio 2016. Questi sono i primi segnali, anche se minimi, di un effetto positivo  del referendum che ha spaccato il Paese e creato timori ed aspettative negative sul futuro economico di Londra.

Brexit creerebbe un buco di 77 mld alle banche. Non solo

Non basta però: l’uscita dall’area Ue si configura come una “nuova nascita” per l’economia inglese, che ora punta la propria attenzione sui mercati asiatici, in joint venture commerciale e monetaria con la Cina (scavalcando veti e freni imposti da un’Unione Europea a trazione tedesca).
Ecco i primi risultati ‘strutturali’ dell’uscita dell’economia britannica dall’Ue: dopo un primo fisiologico calo del mercato azionario, il valore delle azioni si attesta ad un livello superiore a quello pre-referendum; sono calati i sussidi di disoccupazione di 8.600 unità, stabilizzandosi il dato a 736.300. 
L’occupazione è aumentata di 52.000 unità, indicando in questo più un clima di ottimismo reale piuttosto che una catastrofica rassegnazione ad un futuro che appariva “nerissimo”. Il tasso di disoccupazione attuale (4,9%) si attesta ai livelli minimi del 2005. L’occupazione è al 74,5%, al livello più alto dal 1971.
Le vendite al dettaglio nel mese di luglio hanno fatto registrare un +5,9%, soprattutto di beni di semi-lusso, il che indica come il calo della sterlina abbia favorito gli acquisti dei turisti in visita nel Regno Unito.
I prezzi al consumo hanno fatto registrare solo un +0,6% rispetto al +2% temuto dalla Banca d’Inghilterra.
Stesso trend positivo registrato per il potere d’acquisto dei salari, cresciuto del +1,9% nel mese di luglio su base annua. Anche l’inflazione segna un aumento positivo a luglio, il maggiore degli ultimi 20 mesi. 
Unico neo per il futuro potrebbe esser un aumento dell’inflazione, stimato ad un +3% a fine 2017, a fronte di un potere d’acquisto salariale non aumentato nello stesso ritmo.
Il Governo britannico ha inoltre registrato un avanzo di bilancio di 1 miliardo di sterline sempre nel mese di luglio.
Vogliamo credere che i britannici non siano in grado di cristallizzare questa situazione?

autore / Luca Lippi
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