De Magistris, Travaglio e la mastodontica contraddizione della legge Severino

02 ottobre 2014 ore 15:33, Americo Mascarucci
De Magistris, Travaglio e la mastodontica contraddizione della legge Severino
Non si può non essere d’accordo stavolta con Marco Travaglio in riferimento alla vicenda De Magistris. Il sindaco di Napoli, condannato in primo grado per abuso d’ufficio dovrà essere sospeso dalle pubbliche funzioni per diciotto mesi in virtù della contestata Legge Severino
, ed essere reintegrato solo se nel frattempo dovesse arrivare una sentenza d’assoluzione in appello. Piaccia o no la legge va applicata, perché una vera democrazia si fonda principalmente sul rispetto delle regole, regole che debbono valere per tutti; sono valse tempo addietro per il presidente della Provincia di Latina Armando Cusani e debbono valere oggi anche per De Magistris. Travaglio entra anche nel merito della sentenza dei giudici definendola assurda, terreno nel quale noi al contrario evitiamo di addentrarci, soprattutto perché le sentenze della magistratura possono essere appellate fino alla Cassazione, ma vanno comunque sempre rispettate; altrimenti si rischia di far passare il messaggio sbagliato che a rispettarle debba essere sempre e soltanto il “povero disgraziato”, mentre il potente, perché De Magistris comunque la si pensi questo è, al contrario può permettersi di contestarle puntando il dito contro i giudici (prassi questa che è stata sempre censurata quando ad inveire contro la magistratura era Silvio Berlusconi). De Magistris quindi si rassegni, eviti di fare il Masaniello, e accetti la decisione del prefetto, augurandosi di poter rientrare al più presto nel suo ruolo con un proscioglimento pieno dei giudici di secondo grado.
De Magistris, Travaglio e la mastodontica contraddizione della legge Severino
Premesso ciò, come si può dar torto a Travaglio laddove mette in luce la mastodontica contraddizione della legge Severino? Eh sì, perché mentre un semplice sindaco condannato in primo grado per reati contro la pubblica amministrazione, può essere immediatamente sospeso senza attendere che la sentenza diventi definitiva, per i parlamentari la decadenza dalla carica è prevista soltanto dopo il pronunciamento della Cassazione e nel caso di condanne superiori ai due anni di reclusione. Paradossalmente il sindaco di un comune, espressione della volontà popolare, viene discriminato rispetto a chi in Parlamento non ci va in quanto eletto, bensì nominato dalle segreterie dei partiti (almeno con la legge attualmente in vigore bocciata dalla Corte Costituzionale). “I parlamentari – ha scritto Travaglio - dovrebbero decadere in caso di condanna anche inferiore a due anni e in primo grado, così com’è previsto per gli amministratori locali. E invece loro si levano dalle palle solo se la condanna è definitiva e superiore ai due anni”. Come al solito per dare il buon esempio si va a colpire l’anello debole della catena, il sindaco ovviamente, mentre si tutela il parlamentare fino a quando la sua colpevolezza non è accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Ma è giusta una siffatta disparità di trattamento? Che garantismo è questo? E’ giusto privare i cittadini del sindaco che si sono scelti basandosi soltanto su una sentenza di primo grado che potrebbe essere ribaltata, come sempre più spesso avviene, nel secondo grado di giudizio? Per un reato come l’abuso d’ufficio che spesso e volentieri, soprattutto nei piccoli centri, è magari legato ad un’autorizzazione assegnata con un atto differente da quello previsto dalla normativa? Ciò nonostante la legge va applicata e quindi Gigino farebbe bene a non urlare troppo, a rispettare una sentenza pronunciata da suoi ex colleghi e accettare la sospensione del prefetto senza invocare trattamenti di favore o corsie preferenziali. Travaglio lo ha addirittura invitato a dimettersi e anche qui non si può non essere d’accordo con lui. Perché, ricordiamo tutti il De Magistris giustizialista pronto a non fare sconti a nessuno. Oggi sta offrendo uno spettacolo di sé decisamente imbarazzante. Un ex magistrato accusato di aver fatto un uso politico della giustizia, non trova altro modo di difendersi se non ricorrendo alle stesse armi usate per anni dai suoi detrattori (vedi Mastella). Forse lui da buon magistrato non aveva ben compreso cosa significasse realmente quella scritta ben visibile in tutte le aule di giustizia: “La legge è uguale per tutti”. Sì De Magistris, lo è anche per lei!
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