Anniversari, l'attualità del sacrificio del generale Dalla Chiesa

02 settembre 2014 ore 10:28, Americo Mascarucci
Anniversari, l'attualità del sacrificio del generale Dalla Chiesa
Oggi che è maturata a livello nazionale una forte coscienza antimafia, il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro non può non apparire assurdo. Eppure è terribilmente vero, quel lontano tre settembre del 1982 un prefetto finì assassinato dopo essere stato lasciato solo nella lotta alla criminalità organizzata da quello stesso Stato che aveva servito con lealtà, dedizione, coraggio. Il generale Dalla Chiesa fu inviato quell'anno a Palermo in qualità di prefetto con gli stessi identici poteri di un qualsiasi altro prefetto di provincia. Eppure la sua nomina era stata caldeggiata da una larghissima maggioranza parlamentare, i deputati e senatori comunisti su tutti, nonostante Dalla Chiesa non fosse affatto un simpatizzante comunista. Il Generale aveva sconfitto le Brigate Rosse grazie all'appoggio incondizionato dello Stato che gli aveva concesso carta bianca e poteri straordinari nella lotta al terrorismo. Anche un onesto comunista come Pio La Torre, che morirà assassinato da Cosa Nostra poco prima di Dalla Chiesa, aveva compreso come il fenomeno mafioso in Sicilia potesse essere sconfitto con il ricorso a mezzi eccezionali, gli stessi che il Generale aveva ottenuto appunto contro le BR. Serviva insomma un nuovo "prefetto Mori" cui fosse consentito di combattere i malavitosi andando oltre la legge se necessario, avendo alle spalle la protezione e l'appoggio assoluto del Governo. Il Generale e quanti puntarono su di lui per liberare Palermo dal giogo della criminalità, avevano forse sottovalutato un particolare; mentre le Brigate Rosse avevano attaccato lo Stato e puntavano a distruggerlo, la mafia era purtroppo parte integrante dello Stato e in Sicilia addirittura finiva con l'essere "lo Stato" attraverso Vito Ciancimmino e altri autorevoli (si fa per dire!) referenti che occupavano le stanze dei bottoni. Dalle Br lo Stato si era dovuto difendere, ma come poteva difendersi da un qualcosa che era strettamente collegato ad esso? Dalla Chiesa invocò invano quella carta bianca  che il Governo non aveva esitato a concedergli contro il terrorismo e grazie alla quale era riuscito a spezzare le gambe al brigatismo. A Palermo no, il prefetto si ritrovò solo, ostacolato nel suo lavoro di indagine, rivolto in particolare sugli appalti e sugli affari delle grandi ditte legate a Cosa Nostra, denigrato da una politica locale connivente e collusa, che vedeva intaccati privilegi e consensi elettorali. Pur sapendo di essere solo, Dalla Chiesa è andato avanti comunque sfidando la mafia a viso aperto e colpendo il ventre molle dell'organizzazione, ossia gli affari sporchi che dall'edilizia conducevano dritti al traffico di droga, grazie alle coperture delle banche, della politica, dei circoli affaristici. La sua fine sembrava scritta sin dall'inizio, perché sin dal suo arrivo a Palermo Dalla Chiesa apparve un bersaglio facile da colpire, non avendo l'appoggio di nessuno, ad iniziare da quello dello Stato che fino all'ultimo continuò a promettergli quei poteri chiesti all’infinito. Sembra assurdo che tutto ciò sia avvenuto, eppure questa è stata la fine di un uomo che allo Stato ha dato tanto e che ha visto finire la sua valorosa esistenza insieme alla giovane moglie a bordo di un'utilitaria mitragliata dai sicari di Cosa Nostra. Il giorno dei suoi funerali, le contestazioni della folla contro le autorità presenti incitate anche dalla dura reprimenda dell’arcivescovo Salvatore Pappalardo, fecero capire che la misura cominciava ad essere colma e che, presto o tardi, sarebbe maturata una forte coscienza civile nella lotta alla mafia. Ci sono volute altre vittime eccellenti, altro sangue innocente versato per una società migliore, perché lo Stato prendesse piena consapevolezza delle sue responsabilità, delle sue omissioni o peggio delle sue complicità.  
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