La password della settimana è "#Fertilityday"

02 settembre 2016 ore 20:30, Paolo Pivetti
#fertilityday: ma che lingua stiamo parlando?

La password della settimana è '#Fertilityday'
Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, lancia il #fertilityday e genera un putiferio. Da sinistra l’accusano di mancare di rispetto alla donna con un proclama di sapore mussoliniano; da destra, più realisticamente, si protesta perché il problema della natalità in calo non si può affrontare con una campagna pubblicitaria se prima non ci sono stati seri provvedimenti a favore della famiglia, e in difesa della maternità per le donne che lavorano. In Danimarca, per esempio, dove questa protezione sociale funziona, la campagna “Fallo per tua madre” del 2015 ha stimolato oltre mille nascite in più.
In tutto ciò, è sconfortante osservare ancora una volta l’abuso linguistico di ricorrere all’inglese per far passare un’idea, buona o cattiva che sia. In questi ultimi anni, specialmente, da spending review a jobs act, ci siamo visti passare sotto il naso un sacco di argomenti che, dopo un bagno d’inglese, assumevano un’apparenza meno dolorosa o drammatica. È il consueto meccanismo dell’anglo-eufemismo, per cui killer appare meno grave di assassino e baby gang più gradevole e trendy di giovani delinquenti.
Nel panorama linguistico della settmana c’è dell’altro. Ci sono, per esempio, aspetti divertenti.
Enrico Mentana ti butta lì un webete per dare il giusto titolo “all’ennesimo estensore di commenti cretini sui social network”, creando un neologismo persino ovvio nella sua chiarezza, sintesi di web + ebete, cioè l’ebete del web. È un meccanismo non nuovo e ben collaudato se pensiamo, tanto per fare un esempio, al videota di qualche decennio fa, sintesi di video + idiota. Ebbene, Mentana viene magnificato (Massimo Arcangeli, Il Giornale, 30.08.16) come coniatore di un vocabolo che potrebbe sfidare i secoli. Viene addirittura avvicinato a Cicerone (decenza), a Linneo (larva), a Vincent de Gournay (burocrazia); addirittura a Dante (bolgia), all’Ariosto (ippogrifo), a D’Annunzio (velivolo): creatori di parole che hanno attraversato la storia.
Sorte ben peggiore era toccata, qualche settimana prima, all’inizio di questo turbinoso, sconvolgente e terribile agosto, a un altro noto giornalista, Giuseppe Tassi, responsabile dell’inserto sportivo del Quotidiano Nazionale. È stato “sollevato” dall’incarico per aver definito in un titolo cicciottelle le nostre atlete olimpiche di tiro con l’arco. Forse nelle sue intenzioni c’era solo un’affettuosa ironia, addirittura il titolo era elogiativo (“Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo”), ma il gioco non ha funzionato.
Difficile, molto difficile giocare con le parole.




autore / Paolo Pivetti
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