Dopo Capello anche Ancelotti silura l'Italia: "Ostaggio di tifosi senza cervello"

20 aprile 2015, Andrea De Angelis
Ci sono grandi calciatori che appesi gli scarpini al chiodo diventano allenatori e poi decidono di andare all'estero. Sono uomini vincenti, che attraggono consensi anche al di fuori dei confini nazionali e, per questo, sono corteggiati a suon di milioni e promesse di trionfi sportivi. 

Dopo Capello anche Ancelotti silura l'Italia: 'Ostaggio di tifosi senza cervello'
La squadra c'è, il contratto pure, allora perché non provarci? Così i vari Capello e Ancelotti (tanto per citare i due di cui parleremo oggi) fanno la valigia e partono. Per poi tornare. Anzi no. 

Perché nel frattempo scoprono che il calcio all'estero è meno violento, lo stress non raggiunge i livelli dello Stivale e così di ricominciare a lavorare in Italia non se ne parla proprio. Almeno finché le cose non cambieranno. 

Dopo l'affondo di Fabio Capello sui tifosi romanisti della scorsa settimana, a rincarare la dose ci pensa Carlo Ancelotti, ex calciatore giallorosso e da sempre accostato alla panchina romanista. Lui però, campione d'Europa in carica, a tornare nella capitale non ci pensa proprio, così come in qualsiasi altra città italiana. 

"Quanto successo a Cagliari, Roma e Varese è molto triste, sarebbe ora di tagliare un po'. Non se ne può più che i giocatori siano ostaggio di tifosi senza cervello", ha detto. E parlando di Inghilterra e Spagna: "Qui la contestazione si limita solo ai fischi nello stadio, gli ultrà e gli striscioni non esistono più, il Real ha lavorato molto negli ultimi due anni per eliminare le frange più violente del tifo e lo ha fatto".

"Prima di lasciare l'Italia - ha detto a Radio Anch'io Sport su Radio Uno - ci ho pensato parecchio, non era facile, ma all'estero mi sono trovato molto bene. Non rientrerei. Il calcio italiano è sempre molto competitivo, la differenza è l'ambiente, gli stadi che sono più vuoti rispetto ad altri Paesi, la violenza che si nota più in Italia che da altre parti".

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