Ad Armani risponde Cecchi Paone: “E' un fatto generazionale. Gli stilisti neo moralisti-perbenisti”

20 aprile 2015, Marta Moriconi
L'intervista dello stilista Giorgio Armani al britannico Sunday Times sta sollevando polemiche. Tutta colpa di un suggerimento ai gay: non vestitevi da omosessuali. E poi di una considerazione sull'esibizionismo all'estremo che "non ha nulla a che fare" con lui. Alessandro Cecchi Paone, da omosessuale e politico, entra a gamba tesa nella discussione che si è aperta anche sui social ormai e attacca “gli stilisti piccolo borghesi” che hanno deciso di eludere le
Ad Armani risponde Cecchi Paone: “E' un fatto generazionale. Gli stilisti neo moralisti-perbenisti”
battaglie per gli uguali diritti. 

Armani è contro l’esibizionismo, “quando l’omosessualità è esibita all’estremo è qualcosa che non ha niente a che fare con me. Un uomo deve essere un uomo”. Cosa ne pensa?

“Ma che c’è un virus (ride, ndr)? Ringrazio comunque Armani per la descrizione perché è la mia descrizione, è come mi vesto e comporto io. Sono felice di piacergli. Ma a me non mi piace affatto la sua argomentazione. Quello che io difendo, e tutte le persone libertarie del mondo devono difendere, è il diritto di ognuno di manifestarsi come meglio ci si sente. Nel senso che io, che sono un maschio omosessuale maschile come piace a lui, non trovo nulla di male in chi ha bisogno di mostrare agli altri il suo lato femminile. Se ce l’ha... io non ce l’ho, ma non vedo perché non debba mostrarlo l’altro. Per me qui sta venendo fuori….”

Che succede tra i gay? Se fosse stato etero si sarebbe parlato di omofobia?

“Più che altro il problema qui è generazionale. Cioè il concetto non è la regola di bon ton, ma il fatto che se uno è un omosessuale, con la componente femminile più forte, non c’è proprio nulla di male se la mostra. Anzi, evita per così dire delle confusioni, perché così ognuno sa chi ha davanti: se Armani non ama quelli con una forte componente femminile può dire: ok io con questi non c’entro niente”. 

Fusaro, il filosofo marxista, ci ha detto che questa è la prova che è sbagliato proporre l’omosessuale come modello antropologico differente, a parte… E’ d’accordo Cecchi Paone? 

“Sono d’accordo, pur non essendo marxista ma liberale. D’altronde il termine omosessuale è stato inventata da un medico berlinese a metà dell’800 a tutela delle persone omosessuali che non avevano né dignità di esistere né alcun tipo di supporto psicologico, proprio perché non sapevano dirsi, definirsi. Se noi andassimo da Platone o Socrate e gli dicessimo “scusi lei è omosessuale?”, non saprebbero cosa rispondere perché non saprebbero di cosa parliamo. Venivano definiti nei modi più strani e anche ingiuriosi allora, da qui la necessità di coniare un termine. Il vero problema è che non bisogna però incasellare le persone, ma bisogna riconoscere che gli omosessuali solo in Italia e Grecia non hanno alcun tipo di tutela e riconoscimento soprattutto a livello di coppia. Per questo è giusto definirli, per capire di cosa stiamo parlando”. 

Ma cosa nascondono queste esternazioni secondo lei?

Temo che gli stilisti gay italiani, che potevano essere l’avanguardia dei diritti civili nel nostro Paese, siano sempre stati in silenzio e in retroguardia o per problemi personali e quindi rispettabili, o per problemi di età, o perché sta venendo fuori che forse, lo dico con affetto, sono dei piccolo borghesi moralisti e perbenisti. Si tratta di un fatto generazionale, tutti i gay di una certa età hanno deciso di non impegnarsi come facciamo noi e i più giovani per un Paese più normale… Sono tantissimi quelli che non ha mai alzato la voce per i diritti degli omosessuali. Io contrapporrei a queste considerazioni, la pubblicità di Tiffany che, senza dire troppo, ha mostrato due uomini che si scambiano le fedi sui gradini della loro casa a New York”.

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