Pensioni a 75 anni, cosa può fare la Generazione ’80 per “mettere da parte un gruzzolo”

20 aprile 2016 ore 15:43, Luca Lippi
Il tema delle pensioni sta imperversando nonostante sia un problema in agenda del Governo solamente dal novembre 2016, tuttavia sempre più persone, soprattutto giovani, stanno chiedendosi perché continuare a rimanere attaccati al carrozzone Inps solo per continuare a pagare le pensioni delle generazioni che li precedono e senza alcuna garanzia che i soldi versati possano garantire loro una rendita vitalizia dignitosa.
Proviamo a rispondere elencando una serie di problematiche e ipotizzando delle soluzioni relazionandole alla situazione dei conti pubblici dello stato.
Se nessuno più versasse soldi all’Inps, chi pagherebbe le pensioni di chi è in quiescenza? Tutti noi in sostanza, sarebbe il Tesoro a caricarsi dell’onere accompagnando i lavoratori in disarmo. In concreto però Boeri pur rassicurando sui conti, dice chiaramente che per riportare in equilibrio i conti bisogna aumentare l’età pensionabile e ridurre del 25% le pensioni attuali (grossomodo), in questo si intravede la situazione precaria dell’Istituto.

Pensioni a 75 anni, cosa può fare la Generazione ’80 per “mettere da parte un gruzzolo”

Se lo Stato può farsi carico delle pensioni, perché allora i giovani lavoratori non possono decidere di farsi una pensione integrativa?  I dati Inps aggiornati ad aprile 2015 attestano che le pensioni erogate sono 18 milioni, di cui 14,3 milioni originate dal versamento di contributi (9,3 milioni assegni di vecchiaia e anzianità, 3,8 milioni di reversibilità, 1,1 milioni di invalidità) e 3,7 milioni puramente assistenziali (invalidità civile, pensioni e assegni sociali). La spesa complessiva per le casse dell’istituto ammonta a 192,5 miliardi, di cui 19,5 totalmente a carico della fiscalità generale perché i destinatari non hanno pagato contributi. Questi dati si riferiscono però solo alle pensioni dei dipendenti privati e degli autonomi. Per arrivare al totale occorre sommare i trattamenti erogati ai dipendenti pubblici: 2,8 milioni di pensioni, di cui 1,9 di vecchiaia e anzianità, per una spesa di quasi 65 miliardi. L’esborso totale sale così a 257 miliardi di euro annui. Facendo le somme, in tutto le pensioni sono 20,8 milioni, di cui 11,2 milioni di vecchiaia e anzianità e gli altri di invalidità o per superstiti. Allo stato attuale lo stato non ha neanche i soldi per coprire una riforma delle pensioni e soprattutto i 7 miliardi per l’ultima ipotesi al vaglio che è l’uscita in anticipo, figurarsi se dovessero accettare di “accollare” alla fiscalità generale il trattamento pensionistico ancora in essere.
Ammesso che lo Stato accettasse, cosa si potrebbe fare per costruirsi una pensione futura? E’ tutto molto semplice, bisognerebbe sottoscrivere una polizza di assicurazione come ce ne sono molte, e fare dei piani di accumulo per costruirsi una rendita vitalizia nel momento in cui si smette di lavorare. Ovviamente il datore di lavoro dovrebbe girare sulla busta paga quello che attualmente paga all’Inps per il dipendente.
Lo stesso meccanismo sarebbe necessario per i servizi. In sostanza lo Stato dovendo far passare per la fiscalità generale la zavorra delle pensioni di cui sopra abbiamo specificato l’onere, sicuramente dovrebbe ignorare ogni garanzia di servizi riguardo la manutenzione ordinaria dei servizi di pubblica utilità e soprattutto la Sanità.
Anche in questo caso, considerando il fatto che il servizio è inesistente nella stragrande maggioranza dei casi, e trovandoci costretti a pagare sia allo stato, sia poi al privato la prestazione (un esempio è il cattivo servizio sanitario come il peggiore servizio offerto dagli “addetti ai servizi”) anche in questo caso il datore di lavoro dovrebbe mettere in busta paga la quota destinata al Ssn e il lavoratore provvedere a sostituire l’obbligo con una polizza sanitaria privata.
Tuttavia non è tutto così semplice. Lo stato non è disposto a perdere ogni controllo e non sarebbe neanche compatibile con la nostra Costituzione che solo per cambiarla negli aspetti che la incardinano non sarebbero sufficienti dieci anni sempre ipotizzando un iter veloce e senza intoppi.
In ultima analisi una soluzione ci sarebbe, promuovere un programma concreto di assistenza per riportare i giovani a fare figli, e contestualmente ridurre gli esborsi del datore del lavoro che concederà un maggiore netto in busta paga e una quota all’Inps, medesima cosa per quanto riguarda le sottoscrizioni di polizze a rendita vitalizia per le quali dal premio saranno tolte le tasse ma sarà prelevata una quota minima da devolvere all’Inps fino a esaurimento della funzione dell’Istituto.
Magari un giorno si potrà ipotizzare tutto questo, in poche righe non si costruisce niente, ma l’impianto potrebbe essere fattibile, sempre a patto che la politica sia disposta a cedere parte della sua sovranità.
Seguirà approfondimento.

autore / Luca Lippi
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