Le parole della settimana: Dio e Benigni

20 dicembre 2014 ore 9:58, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: Dio e Benigni
Dio. È la parola della settimana, a dispetto di quelli che arricciano il naso perché Benigni non è un teologo, o di quelli che sono rimasti delusi perché non l’ha buttata in politica, o di quelli che gli rimproverano un cachet troppo alto o la rappresentazione di un Dio troppo “benigno”.
Ma il fatto è uno solo, e s’impone nella sua semplicità: lunedì e martedì scorsi, cioè per due sere di seguito, sulla rete più vista della tv italiana, una media di 10 milioni di persone hanno seguito fedelmente per due ore (e due per due fanno quattro ore) il più noto, premiato, amato, odiato, discusso attore italiano parlare di Dio, esclusivamente di Dio e delle sue Dieci Parole, i Comandamenti. Il tutto, partendo da una premessa: “Dio c’è; non mi permetterei mai di parlare di uno che non c’è”. Una scelta da credente, e in effetti da credente ha parlato, aggiungendo poi: “e se non c’è... lo aspettiamo”, con delicata, rispettosa, allusiva ma evidente apertura a chi non crede, come per dire: “Se ancora non credete, vi aspettiamo nella Fede: Dio non ha fretta.” Sono stati citati abbondantemente i vari temi toccati, partendo da Dio e a Dio ritornando; è stata fatta una classifica dei momenti più felici delle due puntate, ma questi ed altri particolari rimangono insignificanti di fronte al fatto davvero potente della testimonianza. Nella quale Roberto Benigni si è compromesso senza riserve, incominciando col richiamare la nostra attenzione sul mistero che circonda il nome di Dio. Nome che, volendo approfondire l’argomento, nella nostra versione neolatina si ricollega alla radice indoeuropea deiwo- collegata con la nozione di luce, e dalla quale derivano il sanscrito devah, il greco diòs e il latino deus. Ma il Dio raccontato dalla Bibbia non parla in queste nostre lingue sebbene in ebraico, perché si rivolge al popolo ebreo, il popolo eletto. E in ebraico il suo nome impronunciabile è YHWH che noi leggiamo Yahwè: “Io sono Yahwè, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione di schiavitù...” Il nome Yahwè è forse collegato con la radice ebraica hih che significa “essere”, ma la sua origine e il suo significato profondo sono sconosciuti. O meglio, inconoscibili a mente umana. In questo Paese “cattolico” dove accade anche che si proibisca il presepio a scuola o si delocalizzi la recita natalizia dei bambini per non toccare la suscettibilità degli “altri”, dobbiamo essere grati a Roberto Benigni perché il suo spettacolo, proprio attraverso la tv, il mezzo più diffuso e popolare, ha esaltato senza alcun perbenistico timore, il senso profondamente religioso del Tempo di Avvento. È pur vero che lo Spirito soffia dove vuole.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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