Il caso di Don Conti e l'importanza delle norme di Benedetto XVI contro la pedofilia

20 giugno 2013 ore 9:38, Americo Mascarucci
Il caso di Don Conti e l'importanza delle norme di Benedetto XVI contro la pedofilia
La III Corte d’Appello di Roma ha condannato il 31 maggio scorso don Ruggero Conti, ex parroco del quartiere romano di Selva Candida, a 14 anni e due mesi di reclusione.
L’accusa per il sacerdote è di aver abusato, nell’arco di un decennio, di sette minori che gli erano stati affidati sia nell’oratorio che nei campi estivi. Quando don Ruggero fu arrestato nel 2008 lo scandalo fu enorme: si trattava infatti di un sacerdote in prima linea contro il degrado delle periferie che aveva acquisito negli anni una forte visibilità mediatica. L’ex sindaco Gianni Alemanno lo aveva addirittura voluto al suo fianco in qualità di consulente. L’allora parlamentare e giornalista Renato Farina iniziò una campagna stampa in sua difesa cercando di smontare le accuse e presentando anche un’interrogazione parlamentare per denunciare la presunta disumanità della sua permanenza in carcere. I difensori di don Conti sostennero la tesi secondo cui il prete fosse rimasto vittima di un complotto ordito da un altro sacerdote desideroso di prenderne il posto. Due gradi di giudizio, il primo più severo, il secondo più mite, hanno invece accertato la colpevolezza di don Ruggero. I familiari delle vittime degli abusi, alcune sere fa nel programma Servizio Pubblico di Michele Santoro, sono tornati a puntare il dito contro il vescovo della diocesi di Porto-Santa Rufina Gino Reali accusandolo di aver protetto il sacerdote. Monsignor Reali, ascoltato come teste nell’ambito del processo, ha ammesso di aver saputo degli abusi ma di non aver preso provvedimenti contro don Conti perché le denunce non erano state ritenute attendibili. I legali di parte civile hanno addirittura richiesto alla Procura l’incriminazione del vescovo con l’accusa di favoreggiamento e di concorso esterno nei reati di pedofilia, non avendone impedito la reiterazione. Un’accusa infamante per un vescovo che gode di grandissima popolarità lungo tutto il litorale romano per il suo impegno pastorale. Giudicare monsignor Reali è molto difficile anche perché il suo comportamento è analogo a quello di tanti altri vescovi che si sono trovati alle prese con situazioni simili. A Firenze per anni don Lelio Cantini ha potuto agire indisturbato plagiando le giovani vittime lui affidate e commettendo le peggiori nefandezze. Solo nel 2007 Benedetto XVI ha avviato contro di lui un procedimento canonico che ha portato alla sua riduzione allo stato laicale. Eppure i primi abusi risalivano al 1973. Alla curia fiorentina di segnalazioni ne erano arrivate diverse ma anche lì, i vari arcivescovi succedutisi, si sono sempre giustificati sostenendo che gli elementi non erano sufficienti a motivare provvedimenti. Con Benedetto XVI si è finalmente presa coscienza della necessità di norme più chiare, severe e trasparenti, volte a prevenire e sradicare la pedofilia fra il clero. Monsignor Reali, sbagliando, si è fidato delle rassicurazioni di don Conti e del fatto che il suo principale accusatore, l’altro sacerdote, sembrava spinto da risentimenti personali; e come già detto, don Ruggero godeva di grande stima e popolarità nell’opinione pubblica ed in tanti, troppi, erano pronti a garantire sulla sua integrità morale. Lanciare pietre contro monsignore Reali ha senso però fino ad un certo punto visto che, personalità ecclesiastiche molto più altolocate di lui, hanno sottovalutato situazioni anche più gravi (vedi lo scandalo di Marcial Maciel e dei Legionari di Cristo). “Oggi sarebbe tutto diverso - ha dichiarato monsignor Reali alla giornalista di Santoro – saprei come intervenire”. E’ forse l’istituzione ecclesiastica ad essere diversa e ad aver dato ai vescovi gli strumenti e le direttive adeguate per affrontare certe situazioni?
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