Ballottaggi. Renzi, Raggi, Sala, Parisi: tutti uguali, tutti fan e ascari del pensiero unico

20 giugno 2016 ore 12:36, Fabio Torriero
E se fosse tutta antipolitica? In fondo, cosa unisce quasi tutti i soggetti politici e i relativi leader che hanno partecipato, vinto o perso ai ballottaggi? E cos'è che unisce quasi tutti gli organi di stampa, gli intellettuali e i politici nel commentare le amministrative? 
E’ molto semplice: sono tutti dentro le vecchie categorie (destra, sinistra, moderati, radicali, nuovo-vecchio, liberali, statalisti etc). I politici fanno finta di non capire. Gli interpreti, invece, è il sospetto, non ci arrivano proprio. 
Matteo Renzi (la cui onda lunga è al termine), è l'antipolitica di governo. Il populismo riformatore; e non a caso, commentando il suo flop, ha ribadito che riprenderà in mano la “rottamazione” contro i vecchi politici, brandendola, in vista del referendum costituzionale di ottobre, sulla testa della vecchia guardia Pd, evidentemente “poco rottamata”. 

Ballottaggi. Renzi, Raggi, Sala, Parisi: tutti uguali, tutti fan e ascari del pensiero unico

I grillini sono l’antipolitica moralista, alla Robespierre. De Magistris è l’antipolitica giustizialista e borbonica. Sala e Parisi (assolutamente speculari), sono l’antipolitica dei manager (ultima declinazione dell’antipolitica imprenditoriale, inaugurata dal Cavaliere); “tecnici” contrapposti ai professionisti della politica, di stampo ottocentesco e sinonimo ormai di incompetenza e corruzione. 
Se a Roma avesse prevalso Marchini avremmo avuto l’antipolitica beautiful. Se a tutto questo aggiungiamo il non-voto (uno su due cittadini diserta le urne), la spiegazione è che c’è la più totale delegittimazione del quadro politico-istituzionale. Che non a caso il premier vuole ingessare ad ottobre col sì alla sua Repubblica (partito unico-maggioranza unica-camera unica). 

Quindi, non solo non c’è la politica, quella vera, ma sul piano valoriale (la laicizzazione dell’Italia), anche qui, sono tutti uguali. Tutti figli e sponsor della medesima cultura. Che differenza c’è, infatti, tra una Raggi, un Giachetti, una Appendino, un Fassino, un Parisi, un Sala? 
Giachetti e Raggi volevano firmare un patto per la legalizzazione delle droghe leggere; Parisi e Sala condividono le unioni civili, le celebrerebbero in Comune, senza ricorrere all’obiezione di coscienza. E accetterebbero qualsiasi legge contraria al diritto naturale (anti valori non negoziabili), “in nome della legalità” e della superiorità dello Stato di diritto (la laicità da tempo è diventata la promozione attiva dell’ateismo di Stato). Stessa scusa usata al tempo dell’aborto e che useranno certamente quando Renzi metterà il turbo alla sua “società radicale di massa” (eutanasia, matrimoni gay, adozioni gay, matrimoni lampo etc). 
Il centro-destra, modello Roma (l’asse Meloni-Salvini), a trazione leghista ha fallito. Il modello milanese (l’ennesima riproposizione della Cdl 3.0 a guida moderata), non si è affermato, e poi avrebbe riproposto tutti gli elementi di forza e di debolezza che hanno caratterizzato la storia dello schieramento negli ultimi venti anni: un’Armata Brancaleone, la mega-sommatoria di tutte le anime (con dentro il diavolo estremista e l’acqua santa moderata), che magari vince sulla sinistra, ma non governa. Come è noto, la governabilità coerente scaturisce dalla omogeneità culturale. 
Ora (e ci sarà da divertirsi), vedremo cosa faranno i 5 Stelle, ormai forza di governo (Roma e Torino non sono Parma e Livorno); e cosa farà Renzi. Una cosa è certa: se nei ballottaggi gli elettori di centro-destra votano in massima parte per i grillini (il caso di Roma e Torino); non avviene il contrario se la competizione riguarda un esponente di centro-destra (i casi di Milano e Bologna). I grillini non votano per gli altri. E sempre, nei ballottaggi (attento Matteo all’Italicum): quando il duello è tra i grillini e il Pd, vincono i grillini. Tornerà ad alzarsi lo spread?
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