Balotelli: il razzismo è una professione?

20 maggio 2013 ore 14:17, intelligo
di Micaela Del Monte
Balotelli: il razzismo è una professione?
Napoletani colerosi, terremotati e zingari. Toscani conigli, romanisti ebrei, la curva della Lazio “sembra Napoli” (come se l'essere partenopei fosse un metro negativi di paragone), la crisi è colpa dei genovesi, gli juventini sono tutti calabresi, a Milano il figlio di Galliani è un travestito, Mexes fa la porno star e gli interisti sono pirla.
Il razzismo qui è pressoché ovunque. Il tifo italiano si basa sullo “sfottere” le caratteristiche territoriali e i luoghi comuni legati alle città di appartenenza. In senso colloquiale il termine razzismo definisce un atteggiamento di intolleranza verso gruppi di persone identificabili attraverso la loro cultura, religione, etnia, sesso, sessualità, aspetto fisico o altre caratteristiche. In senso più lato il razzismo può essere considerato anche come insofferenza e discriminazione verso persone che si identificano attraverso la loro regione di provenienza, cultura, abbigliamento, abitudini, modo di socializzare o altre caratteristiche. Dunque ogni domenica, in ogni partita per ogni squadra ci sarebbero i presupposti per sospendere una partita per cori razzisti e a volte anche antisemiti. Perché allora ci si ferma soltanto di fronte al razzismo legato al colore della pelle? C'è razzismo di serie A e razzismo di serie B? Bisognerebbe una volta per tutte decidere se considerare ogni discriminazione legata alla razza come razzismo o se soltanto l'essere di colore è degno di tutta questa rilevanza (soprattutto mediatica). Ieri di nuovo Balotelli è stato “vittima” di cori razzisti; ma parliamoci chiaro, Balotelli non sprizza simpatia da tutti i pori, e sono gli stessi compagni di squadra ad ammetterlo. Ricordiamo addirittura che Roberto Mancini (ex allenatore del Manchester City e di Balotelli stesso) venne alle mani con l'attaccante rossonero proprio per la sia impertinenza e il poco rispetto. Fatto sta che quando si parla di Balotelli si parla prima di tutto di un giocatore di calcio. Ed è il suo contratto a regolare il suo rapporto di lavoro "sul campo". Contro il razzismo, contro ogni forma di razzismo, si potrebbe scagliare quando vuole, magari sfruttando la sua notorietà per rendersi ambasciatore di una campagna contro le intolleranze, ma nei giusti luoghi e rispettando anche chi ad una partita di calcio va per assistere al suo bel gioco e senza insultare nessuno. Mario non è l'unica vittima, ma è una vittima dei pregiudizi e quindi è giusto che lui sia il primo a farlo notare. Prima in partita, giocando e rispondendo con le sue qualità agli imbecilli che lo insultano, poi dove vuole ma fuori da lì. E questo senza contare che il "razzismo" può diventare un'arma utilizzata a 360°: dalle stesse vittime quando giocano male e dalle tifoserie per bloccare le partite scomode.
autore / intelligo
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