Venner: un anno fa il suicidio che volle risvegliare gli europei

20 maggio 2014 ore 15:37, Adriano Scianca
Venner: un anno fa il suicidio che volle risvegliare gli europei
Nel fermento della cosiddetta “primavera francese”, ovvero la ribellione di vasti strati della società d'oltralpe alla politica del governo Hollande, a cominciare dalla legge Taubira sui matrimoni e le adozioni gay, il suicidio di Dominique Venner occupa uno spazio a parte. Avvenuto un anno fa, ovvero il 21 maggio 2013, nella cattedrale di Notre Dame, il sacrificio dello scrittore e storico transalpino ha assunto, grazie anche alle linee guida tracciate dallo stesso Venner a mo' di testamento, il significato di un gesto che travalica ampiamente le contingenze della politica, con buona pace di chi ha parlato e ancora parla di uno “scrittore antigay” ucciso dalle sue stesse ossessioni. E invece, chi si sia dato la pena di approfondire le motivazioni dell'atto (che saranno spiegate bene domani sera, in una conferenza a CasaPound, in via Napoleone III 8, a Roma, alle 21, dove interverrà anche l'uomo scelto dallo scrittore come suo testimone nel momento della sua morte) avrà sicuramente compreso di avere a che fare con qualcosa di ben più complesso. Venner stesso era una personalità tutt'altro che esauribile in categorie ermeneutiche semplicistiche. Nato nel 1935, a Parigi, figlio di un membro del Parti populaire français di Doriot, Venner era ancora un bambino quando finì l'ultimo conflitto mondiale ma si gettò anima e corpo nella guerra d'Algeria, epopea maledetta e contestatissima della peggio gioventù francese. All'età di 18 anni si arruolò volontario nell'esercito francese. Fu poi militante di Jeune Nation e della sulfurea Organisation armée secrète (Oas), militanza che gli costò anche un soggiorno nelle patrie galere in cui ripensò il senso e le strategie della lotta nazionalista. Il suo testo, scritto in carcere nel 1962, intitolato “Pour une critique positive”, è un vero e proprio “Che fare?” di leniniana memoria, in molte parti tuttora attuale. In “Mémoire vive”, l’autobiografia intellettuale di Alain de Benoist, il ruolo di Venner è spiegato con estrema precisione: “Rispetto a una destra essenzialmente reattiva, non interessata che all’urgenza […] Venner sottolineava l’importanza di un lento lavoro di azione risoluta e ostinata, portato avanti da uomini e donne coscienti degli obbiettivi a lungo termine e, soprattutto, ideologicamente strutturati”. Proprio con de Benoist e la Nuova Destra – di cui Venner era stato tra i fondatori – lo scrittore aveva intessuto un dialogo dipanatosi nel corso degli anni. “Credo che esista sin dall’Illuminismo – polemizzava polemicamente con de Benoist a proposito dell'uso del termine “destra”– una tipologia mentale di destra e che essa sia definita dal rifiuto della tabula rasa. Ogni pensiero di destra discende dalla sensazione che gli uomini esistano prima di tutto in quanto portatori di un’eredità collettiva specifica. Idea rifiutata dalla sinistra, per la quale ciascun uomo è in sé un inizio, un soggetto autonomo che non deve niente a delle radici, a un’eredità, a una cultura, a una storia. Al massimo gli si riconosce un condizionamento sociale di cui è suo compito liberarsi. Liberazione è la parola-chiave della sinistra, così come eredità (o radici) è la parola-chiave della destra”.
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