Rapporto Istat post-recessione: ripresa (debole e per pochi)

20 maggio 2015, Luca Lippi
Rapporto Istat post-recessione: ripresa (debole e per pochi)
E’ stato pubblicato sul sito dell’Istat il rapporto annuale 2015. Qualcuno parla del primo rapporto a “recessione conclusa”. Analizziamo velocemente quanto pubblicato dall’istituto.

Prima di tutto si percepisce un cauto ottimismo sulla ripresa (+0,3 del PIL, e i segnali positivi dall’export resi noti a marzo). 
I distretti industriali italiani, da 181 scendono a 141 in dieci anni, solo 29 tengono in termini di occupazione e conservando la medesima forza propulsiva senza dover cambiare o diversificare l’attività, la metà ha riportato consistenti perdite essendo rimasta ferma tecnologicamente e per linea di produzione, mentre va un poco meglio tra i rimanenti che hanno de localizzato e cambiato linee e prodotti. 

Riguardo alle dimensioni il sistema produttivo italiano rimane inalterato: prevalenza di microimprese (le imprese con meno di 10 addetti) sono più di quattro milioni, il 95 per cento del totale. Per essere chiari (si comprende la prudenza dell’ISTAT) s’intravede una ripresa economica che è debole e per pochi (al momento). Pochi cenni al centro Nord e nessun segnale al Sud. La “lieve” ripresa del lavoro del 2014 non ha interessato le regioni del Sud, che anzi, hanno continuato a perdere occupati (45mila in meno lo scorso anno, quasi 600mila dall’inizio della crisi). 

La forbice fra Sud e il resto del Paese si è amplificata e rischia di ingrandirsi nella fase di ripresa; sottolineiamo il grido dei tecnici dell’ISTAT: “Il Mezzogiorno non può continuare a restar fuori dall’agenda politica”. 

L’anno scorso si chiude con la riduzione del PIL dello 0,4%: tuttavia il livello del PIL rimane sotto a quello del 2000, e il valore del prodotto pro capite di sotto al livello del 1997. Un piccolo aiuto è venuto dall’estero, dalle esportazioni, mentre nei nostri confini gli investimenti sono scesi. I consumi delle famiglie sono stati tenuti in piedi dalla discesa dell’inflazione e il ricorso ai risparmi da parte dei pochi che hanno potuto permetterseli in epoche meno grigie.

Nessun riferimento agli 80 euro di Renzi che non hanno fatto segnalare gli indicatori dell’istituto di statistica alcun progresso, al contrario di quanto accaduto per il taglio del costo del denaro di Draghi e il calo del prezzo del petrolio.Pochissimi i riferimenti alla politica del governo, al contrario l’ISTAT valorizza i segnali che emergono dagli investimenti, in aumento nel quarto trimestre dello scorso anno e nel primo del 2015. 

Su cosa s’investe? Secondo le stime e le simulazioni dell’Istat, le imprese che investono comprano soprattutto brevetti; segue l’investimento in macchinari e attrezzature; e solo più tardi, nel 2016, arriveranno quelli nell’edilizia, limitati al settore non residenziale. Da questo si comprende il motivo per cui l’occupazione non reagisce ai lievi ritmi di ripresa.

In Europa l’occupazione è tornata ai livelli prima della crisi. In Italia, siamo sotto di tre punti rispetto al 2008 e di quasi dieci punti rispetto alla media europea. In sostanza, per raggiungere il livello medio europeo dovremmo creare tre milioni e mezzo di posti di lavoro. Lo scorso anno abbiamo avuto 88 mila posti di lavoro in più (in piena crisi) quindi il segnale non sarebbe negativo, tuttavia, di questo passo e senza intoppi per allinearci alla media europea occorrono 39 anni. E’ solo matematica, speriamo.
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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