Agguato ad Antoci, Lo Forte avverte: "Mafia cerca di riguadagnare autorità perduta"

20 maggio 2016 ore 11:45, Americo Mascarucci
"Sicuramente presto ci saranno sviluppi". 
Ne è convinto il procuratore capo di Messina Guido Lo Forte riferendosi all'attentato di stampo mafioso contro Giuseppe Antoci, presidente del parco dei Nebrodi, aggredito in piena notte, mentre era sulla sua auto. 
Due persone hanno sparato contro l'auto blindata che percorreva la strada da Cesarò a San Fratello e che è stata costretta a una brusca frenata a causa di massi posizionati sulla carreggiata.
Si dice sicuro che il pool di investigatori coordinato da tre dei suoi sostituti (Vito Di Giorgio, Angelo Cavallo e Fabrizio Monaco) riuscirà presto ad individuare mandanti ed esecutori dell'agguato. 
"Quello che emerge - è l'analisi di Lo Forte a Repubblica - è che la mafia sta rialzando la testa. La 'terza mafia' della provincia di Messina quella dei Nebrodi, una delle organizzazioni criminali tra le più antiche e pericolose. Dopo che i clan di Barcellona Pozzo di Gotto e di Messina sono stati colpiti in maniera forte anche dalle operazioni antimafia, i 'Batanesi' e i 'Tortoriciani' stanno cercando di recuperare terreno e spazi". 
Le indagini della squadra mobile di Messina – secondo quanto scrive Repubblica - partono dalle tracce lasciate dal commando: quelle ematiche di una macchia trovata ad una decina di metri al di là delle pietre poste in mezzo alla carreggiata per fermare l'auto a bordo della quale viaggiava Antoci, e le possibili impronte digitali sulle tre bottiglie molotov ritrovate a terra e che, probabilmente, se ne avessero avuto il tempo, i sicari avrebbero lanciato sulla Thema blindata per costringere il presidente del parco dei Nebrodi ad uscire dalla vettura

Agguato ad Antoci, Lo Forte avverte: 'Mafia cerca di riguadagnare autorità perduta'
Gli inquirenti sembrano non avere dubbi, dietro l’attentato vi sarebbe la questione dell’utilizzo dei fondi europei. 
Antoci e il prefetto di Messina hanno infatti firmato un protocollo per la legalità che di fatto impedisce alle aziende in odore di mafia di poter accedere e utilizzare i fondi europei per le attività agricole e i pascoli. 
Il presidente del Parco avrebbe toccato così gli interessi di alcune 'famiglie' mafiose, sempre le stesse, che affittano terreni pubblici o privati per pochi euro a ettaro, o addirittura se ne impossessano con metodi estorsivi, fingendo di utilizzarli a pascolo ma la cui unica finalità in realtà è quella di incassare i contributi europei. 
 

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