Istat dati catastrofici, e vi diciamo perché nel 2025 sarà come il 2010

20 maggio 2016 ore 16:55, Luca Lippi
Tutto sembra andare per il meglio e non perché ci siano segnali confortanti ma soprattutto perché non c’è un peggioramento della situazione. Anche l’Istat che è espressione di governo, non filogovernativa, è proprio una Istituzione, deve cedere all’onestà intellettuale, e al clamore per il lento e poco incisivo miglioramento della struttura macroeconomica del Paese deve affiancare il commento che di rassicurante ha poco o forse niente.
Poiché il futuro di un Paese è sicuramente nello sviluppo potenziale ad opera delle nuove generazioni di quanto fatto dalle generazioni che li precedono, ecco che anche all’Istat si spegne il sorriso e deve prendere atto che se la buona notizia sul mercato del lavoro è l'aumento dell'occupazione  che si limita agli ultracinquantenni, mentre per i trentenni sono disponibili solo lavori precari e spesso di livello inferiore al loro titolo di studio, e allora la situazione è tutt’altro che buona in ottica futura, lo è solo per i numeri facendo finta di non vedere cosa c’è dietro.

Istat dati catastrofici, e vi diciamo perché nel 2025 sarà come il 2010

Il Paese non va più avanti: l'occupazione cresce solo perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i 60 per via delle riforme pensionistiche, mentre il tasso di occupazione dei giovani cala drammaticamente. Sempre più trentenni rimangono in casa con i genitori, si formano meno famiglie, nascono meno bambini. In passato la laurea era un forte fattore di spinta e di miglioramento sociale, ma adesso neanche l'istruzione superiore mette al riparo i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, o dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali. Quello che davvero fa sempre più la differenza è nascere nella famiglia giusta, in Italia ma in fondo anche in Europa: c'è una correlazione sempre maggiore tra il livello professionale dei genitori, la proprietà della casa e la posizione dei figli.
Non si fanno figli: e se in Italia si diventa anziani sempre più tardi, dal momento che gli uomini di 73 anni e le donne di 75 di oggi hanno la stessa speranza di vita di un sessantacinquenne del 1952, il numero di giovani si riduce sempre di più. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un'età compresa tra 0 e 24anni, una quota che si è dimezzata dal 1926 ad oggi. Si tratta di una delle percentuali più basse in Europa. Il 2015 è stato un anno record per il calo delle nascite, sono state 488.000, 15.000 in meno rispetto al 2015, con la fecondità che diminuisce per il quinto anno consecutivo, attestandosi a 1,35 figli per donna.
La situazione è destinata a deteriorarsi per un semplice motivo: è in aumento la disuguaglianza e l’ascensore sociale è bloccato. L'Italia ha avuto un incremento record della disuguaglianza, passata, secondo la misurazione dell'indice di Gini, dallo 0,40 del 1990 allo 0,51 del 2010. 
L’indice di Gini cos’è? E’ un indicatore che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. Ovviamente questo determina trasformazioni nell’assetto sociale di una comunità, sia essa locale, per area geografica, per continente.
È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equa distribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.
Il coefficiente di Gini soddisfa quattro importanti principi:
Anonimia: non importa chi siano quelli che guadagnano molto e quelli che guadagnano poco.
Indipendenza di scala: il coefficiente di Gini non considera la dimensione dell'economia, come sia misurata, o quanto sia ricco o povero in media un Paese.
Indipendenza dalla popolazione: non importa quanto sia grande la popolazione di un Paese.
Principio di trasferibilità: se il reddito (meno la differenza), fosse trasferito da una persona ricca a una povera (trasferimento progressivo) la distribuzione risulterebbe più equa.
L’unico limite di questo indice come per tutti gli indici di tipo relativo (calcolati dal rapporti di altre due grandezze), presenta il limite di restare invariato se reddito dei più ricchi e dei più poveri aumentano nella stessa proporzione, e quindi non tiene conto della forbice fra i valori assoluti, che in realtà aumenta. Ad esempio se l’individuo ‘A’ possiede 10€ e l’individuo ‘B’ 100€ ed entrambi raddoppiano il loro reddito, il Gini non cambia anche se il divario tra i due è salito da 90€ a  180€.
E’ questo il motivo per cui il presidente dell’Inps Allevi non può non dire quanto segue: "Le dinamiche demografiche comporteranno un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell'offerta di lavoro" e pertanto "nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva". 
In sostanza fotografando la situazione attuale, prima di 10 anni non possiamo neanche ipotizzare di recuperare la situazione lavorativa del 2010 (anno precedente al domino creato dalla crisi), ma attenzione, non dovrebbe mai verificarsi un deterioramento dell’indice di Gini e quindi si dovrebbe tentare di mantenere lo status attuale di chi ha resistito stoicamente fino ad ora.

autore / Luca Lippi
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