Pd, da Bersani a Grasso: larghe intese in salsa Pd

20 marzo 2013 ore 17:52, Lucia Bigozzi
Pd, da Bersani a Grasso: larghe intese in salsa Pd
Metodo Grasso come la pillola di Mary Poppins per il maldipancia: quello dei grillini che di dare la fiducia al governo Bersani non ne vogliono sapere. E ormai lo hanno detto e ridetto in tutte le lingue. Mai dire mai, insistono i democrat e la frase contiene la tattica: premier e ministri di alto profilo, fuori dagli schemi partitici. Sarebbe questo il coniglio dal cilindro di Bersani. Con un nome per Palazzo Chigi che gira: Salvatore Settis, ex direttore della Scuola Normale di Pisa. Ma c’è un’altra opzione che si fa largo con una certa insistenza: Grasso-bis, dal Senato a Palazzo Chigi.
IL PIANO DEMOCRAT. “Corresponsabilità”, va ripetendo Bersani. Ma come? Visto che i grillini non voteranno mai uomini di apparato e di partito, il leader democrat prova ad aggirare l’ostacolo ipotizzando una squadra di governo “alternativa”. Ben sapendo che se questo fosse, lui stesso sarebbe il primo a dover fare un passo indietro. Quel “voglio l’incarico” ripetuto ai suoi serve per non mollare la presa nel tentativo di stanare i cinquestelle. E’ altrettanto vero, però, che una convergenza – segreta – accaduta come per l’elezione di Grasso a Palazzo Madama non si ripeterà tanto facilmente ed è per questo che i piddini starebbero valutando il piano B. In queste ore c’è un tam-tam (non solo giornalistico) attorno al nome di Salvatore Settis, ex direttore della Scuola Normale di Pisa, dato in pole come nome di cerniera tra democrat e grillini. Se fosse davvero così, se questo fosse lo schema e il profilo del governo che verrà (sempre se verrà) - si fa notare in ambienti del centrosinistra - i cinquestelle non potrebbero tirarsi indietro. Insomma, cadrebbero alibi e pregiudiziali. La stessa cosa potrebbe succedere – almeno secondo gli auspici democrat – per un altro nome in grado di squadernare la testuggine grillina: Piero Grasso. Figura istituzionale per un governo di unità nazionale. I cinquestelle del resto lo hanno già votato e riproporlo come premier potrebbe sortire lo stesso effetto quando si tratterà di ottenere la fiducia in Parlamento. IL PIANO B. B come Bersani. Schema classico, ma con quali voti? Al Senato la soglia è un numero: 158. Per galleggiare senza rischio di affogare servono almeno venti-trenta senatori pronti a sostenere un governo Pd-Sel. Dove sono? Per ora non si scopre nessuno, ma nei rumors di Palazzo, si parla di timide aperture leghiste e forse qualche montiano. Strada stretta, anzi, strettissima. Perché proprio oggi Monti ha ripetuto ai suoi la linea: Scelta Civica non farà da stampella a nessuno, piuttosto è favorevole ad un governo di larghe intese. Ciò che chiede anche Berlusconi, ma è presto per capire se tra montiani e piddini si potrà stabilire una qualche convergenza. REBUS RENZI. Il sindaco rottamatore studia le mosse. Nessun forzatura, ma qualcosa si muove. Intanto i renziani non escludono che se l’eventuale incarico a Bersani fallisse, potrebbe profilarsi un asse Pd-Monti e in quel caso Renzi potrebbe scendere in campo come potenziale premier. L’altro indizio è che del ‘subito alle urne’ in caso di naufragio bersaniano, il sindaco di Firenze non sembrerebbe poi più tanto convinto. Nell’ipotesi di giugno, infatti, i tempi sono strettissimi soprattutto per mettere in piedi e a punto la macchina delle primarie Pd dalle quali Renzi vuole farsi ‘incoronare’ leader. Eppoi ci sono le strane convergenze coi ‘giovani turchi’ (Orfini, Orlando, Fassina); un tempo avversari, oggi hanno convenienze politiche comuni: entrambi si preparano al post-bersanismo ed entrambi vogliono starci da protagonisti. Quanto basta per ‘congelare’ l’idea del voto immediato e provare a costruire. Dentro e fuori dal partito.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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