D’Agostino: «Affido a coppie gay? Non usare bambini per sperimentazioni. Eutanasia infantile: in Olanda è eugenetica pediatrica»

20 novembre 2013 ore 13:36, Marta Moriconi
D’Agostino: «Affido a coppie gay? Non usare bambini per sperimentazioni. Eutanasia infantile: in Olanda è eugenetica pediatrica»
Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani e Presidente Onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, oltre che ordinario di filosofia del diritto all’Università di Roma Tor Vergata, intervistato da IntelligoNews, affronta il mai superato tema della tutela del diritto alla vita. Il caso Lizzani e Monicelli hanno acceso il dibattito proprio intorno al fine vita, ma per D’Agostino “non possiamo utilizzarli come emblematici e quindi rappresentativi del cambiamento che si va determinando”. Quanto all’affidamento della bimba di tre anni ad una coppia gay, disposto dal Tribunale di Bologna, ci dice: «Mi ha colpito che l’affidamento sia stato deciso dal giudice in chiave non prudenziale. Se ho dei dubbi  sull’innocuità di un medicinale non lo uso, meno che mai sui bambini». In riferimento agli ultimi casi di suicidio "famosi", come è cambiata la percezione della vita stessa anche nell'anziano? «Innanzitutto, va da sé che si tratti di casi tragici, ma è utile sottolineare che si tratta anche di situazioni statisticamente molto, ma molto, marginali. Hanno sì attirato l’attenzione della pubblica opinione, ma non possiamo utilizzarli come emblematici e quindi rappresentativi di un cambiamento che si va determinando. A mio parere vengono utilizzati dal sistema mediatico per sottolineare problematiche che sono importanti e rilevanti, ma che credo vengano forzate». Anziani e depressione, quanto è stretto il rapporto? «Non esistono più anziani dalla vita ritirata, che per l’indebolimento della vista o dell’udito si isolavano; oggi le cose sono profondamente cambiate. Ma, accanto a questo dato, c’è la volontà di alcuni anziani di porre termine alla loro vita. La depressione senile è un fenomeno frequente nella terza e quarta età ed è un forte motivo di suicidio, patologico non fisiologico. Va considerato per quello che è. E’ una pulsione che va contrastata dai geriatri con molta attenzione, perché non è indotta da una valutazione fredda e razionale della situazione. Si può combattere con un sistema di cure e accoglienza dei più fragili, che spesso è carente però». Quindi una legge non può seguire le pulsioni, depressioni, di una persona? In questo senso testamento biologico ed eutanasia non camminano insieme, è corretto? «La verità è che oggi si parla di temi di bioetica e biogiuridica in maniera molto superficiale e approssimativa. Il testamento biologico di per sé non è nulla di scandaloso, se viene inteso come l’ha inteso il Comitato Nazionale di Bioetica, cioè come una dichiarazione anticipata di trattamento sanitario quando di perda la capacità di intendere e volere. La legge sul testamento biologico scritta in questi termini non genera alcun problema. Ma è chiaro che non ha niente a che vedere con il suicidio, di un malato o di un anziano che, almeno formalmente, ha una capacità non proprio totale d’intendere, ma sicuramente di volere. Per esempio un Monicelli può anche aver lasciato un testamento biologico, ma questo non avrebbe impedito la sua capacità di suicidarsi. Proprio perché l’applicazione del testamento biologico è legato alla perdita di capacità di intendere e volere. Solo allora il medico può far riferimento a queste dichiarazioni anticipate e valutare le dichiarazioni in ordine all’intervento di supporto da prestare al malato». In Belgio si parla di eutanasia infantile, c’è una proposta di legge in discussione nel loro Parlamento. L’accusa, sollevata da più parti, è quella di un cambiamento antropologico in atto. E’ così? «Il Belgio sta imitando l’Olanda e le peggiori proposte già vigenti in quello Stato. In Olanda l’eutanasia pediatrica è praticata a seguito di un accordo para-legislativo, extra-legislativo, tra la clinica pediatrica della locale università e la magistratura: il nocciolo è che non verranno perseguiti penalmente i medici che hanno praticato l’eutanasia sui neonati con patologie non trattabili. E ciò sconvolge la sensibilità comune e l’opinione pubblica. Vanno, innanzitutto, fatte due considerazioni: molte volte questi neonati non guaribili possono raggiungere condizioni di vita tutto sommato accettabili. L’esempio classico è la patologia della spina bifida che ha diverse gradazioni, esistono bimbi che ne sono affetti che sono comunque cresciuti, hanno studiato e sono arrivati alla laurea. Sopprimerli è platealmente un’operazione eugenetica, e non si può considerare tecnicamente eutanasica, non si tratta solo di dar loro la morte dolce, ma di sottrarre loro la possibilità, pur sentendo il peso del loro handicap, di poter aver una vita con i suoi specifici e autentici significati. Perché arrivare ad una laurea non è cosa da poco. La verità è che l’Olanda si è aperta ad un’eugenetica pediatrica, perché aspira ad un certo equilibrio sociale, e lo ha fatto facendo credere ai genitori che la messa a morte dei loro figli non potesse essere ritenuta biasimevole dal punto di vista etico. Questo è molto grave. Con queste pratiche si corrode dal di dentro quel minimo di senso di solidarietà soprattutto intergenerazionale, rivolto alle nuove generazioni più fragili e deboli portatrici di handicap, e lo si fa ipotizzando una società di sani e di forti, obiettivo che si può raggiungere solamente sopprimendo gli altri. Il Belgio sta predisponendo una legge ancora più aperturista di quella dell’Olanda e si deve sapere». Parliamo del caso della bimba di tre anni affidata dal Tribunale di Bologna ad una coppia di bisessuali. Eugenia Roccella ha sottolineato di non usare quest’affido per pressioni politiche. E’ d’accordo? «Concordo con Eugenia Roccella. Il vero problema non è determinare con assoluto rigore se la psicologia di questa bambina verrà alterata per l’affido alla coppia gay, non possiamo saperlo con certezza, non possiamo neanche appurarlo in tempi brevi. Bisognerebbe seguire la crescita psicologica di questa bambina per molti anni, attivare un follow up che la tenga sotto osservazione anche quando diventerà una persona adulta. I tempi sono lunghi e le certezze non ci sono. Non sono tra quelli che dichiarano con perentorietà che in futuro questi bambini avranno grandi problemi psicologici. Dico che questo non lo so. Quello che so però è un’altra cosa: che la pratica di affidamento a coppie omosessuali è molto discussa. Ci sono psicologici che la banalizzano e psicologi che la problematizzano. Non c’è un’opinione consolidata in  materia. E nessun psicologo dovrebbe avere l’arroganza, in base alla sua osservazione di un caso, di trarre indicazioni di carattere generale. In medicina le verifiche si fanno su centinaia e centinaia di casi, anche su migliaia. Esiste una lunga lista di attesa di coppie eterosessuali che sperano nell’adozione o affidamento i un bimbo e molti vanno all’estero a dimostrazione del fatto che in Italia bambini adottabili non esistono. Esistono bambini che possono essere dati in affidamento, ma sono bambini molto difficili dal punto di vista psicologico ed esistenziale, spesso hanno superato i 10 anni». E in questo caso specifico? Come ha ragionato il giudice? «Anche nel caso della bambina di tre anni la cosa può essere problematica. Il giudice, avendo avuto il parere contrario della Procura della Repubblica, che pesa come un macigno, l’ha disatteso affidando questa bambina a questa coppia. Fatta di ottime persone per carità, ma nessuno può negare che quest’affidamento sia problematico, e quindi poco prudente. Capisco se si fosse trattato di una situazione estrema, che l’unica coppia disposta ad averla in affidamento fosse proprio quella, ma non lo posso credere. Hanno ragione i giornali che dicono che questa bambina già da tempo frequentava questa coppia. Ma allora la domanda è: nessuna bambina ha l’autonomia di frequentare gli adulti, evidentemente già da tempo ad opera dei genitori o di terzi era stata affidata a loro. Li chiama zii, deve avere una certa consuetudine. Come è possibile che sia stata potata dai genitori a frequentare questa coppia fuori dal comune? Siccome sappiamo che la situazione è controversa dal punto di vista psicologico, non si possono usare bambini per fare una sperimentazione, per vedere se hanno ragione gli uni o gli altri, piuttosto vanno tutelati anche a livello prudenziale. Posso pensare che un medicinale sia innocuo, ma se ho dei dubbi sulla sua innocuità non lo uso, men che mai sui bambini. Mi ha colpito che l’affidamento sia stato deciso dal giudice in chiave non prudenziale. Il parere della Procura, ideologicamente non orientato, era un parere autorevole. Affidare questa bambina a due uomini, anche maschi entrambi, non corrisponde neanche all’esigenza di sintonia di una bambina di identificarsi con una figura materna. A tre anni un maschietto vede col padre una partita di football, a tre anni una bambina si identifica con la mamma. Che poi una bambina di 12 anni sia stata cresciuta bene da una coppia di lesbica non c’è bisogno che ce lo vengano a dire. I bambini hanno un’adattabilità incredibile, l’essere umano riesce a sopravvivere e ad adattarsi a qualsiasi situazione che possa sembrare difficile (succede anche quando ricoverati in Istituti freddi inospitali), ma un’altra cosa è che quest’affidamento sia fisiologico. Una bambina affidata a due donne, è sottratta alla figura paterna. Ne parla uno psicoanalista laico, Lacan, della funzione del nome del padre come costituiva dell’identità soggettiva di ognuno di noi. Quest’insegnamento dovrebbe renderci prudenti. In questi casi entriamo in un campo minato e non sappiamo se tutti riusciranno ad attraversarlo. Non possiamo scaricare sui minori questo rischio. Molti riescono a passare indenni i campi minati, altri no».
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