Torriero, né Isis, né Usa: no ai terroristi islamici e laicisti. Riscopriamo la nostra identità

20 novembre 2015 ore 13:38, Fabio Torriero
EDITORIALE DEL DIRETTORE pubblicato oggi dal quotidiano La Croce diretto da Mario Adinolfi

Papa Francesco ha fatto bene sia a confermare il Giubileo, sia a evidenziare che l’uso sanguinario della religione e l’uso improprio del nome di Dio sono una bestemmia. E condivido l’iniziativa italiana di Chaouki, la marcia romana degli islamici contro il terrorismo, un primo passo verso un dialogo serio e un Giubileo, appunto, della reale Misericordia a 360 gradi.

Torriero, né Isis, né Usa: no ai terroristi islamici e laicisti. Riscopriamo la nostra identità
Poche, semplici, ma indicative parole, quelle del Santo Padre, che ci offrono una chiave di interpretazione oggettiva della strage di Parigi e fanno chiarezza sul ruolo che bisogna svolgere in questo drammatico momento politico nazionale e internazionale.

Una cosa è certa: ci deve essere, da parte dell’Europa e dell’Occidente, una lotta spietata e senza quartiere al terrorismo, al cosiddetto Stato islamico (vedremo in quali forme), che “usa l’Islam”; non una guerra all’Islam come religione.

Anche perché, attenzione alla psicosi di massa “dall’alto”: siamo a rischio trappole, secondo i desiderata del pensiero unico e i registi del “terrore globale”, che, da venerdì 13 novembre, stanno alzando il tiro (il pericolo di attentati nel mondo – che comunque esiste - di attacco ai suoi simboli più riconoscibili, da Roma a Londra, passando per Parigi), e imponendo un lessico psicologico sbagliato. Basti confrontare le parole dei giornali, degli osservatori, dei politici, degli esperti militari, della Cia etc. C’è un’indubbia convergenza semantica e strategica. E ideologica. Se la Cia ci avverte di terroristi pronti a colpire da noi non lo fa a mezzo stampa, ci fa intervenire e basta (nel silenzio della ragion di Stato). Altrimenti concorre in malafede al “clima prefabbricato”.

Tra qualche tempo vedremo: dopo le varie liturgie ipocrite e le lacrime di coccodrillo, legate all’emergenza, alcuni temi diverranno centrali e saranno scatenati scientificamente dai costruttori di opinione pubblica. Ci prepareranno alle “loro” ricette. Per proporre indolormente soluzioni “interne” agli Stati (sospensione delle elezioni, delle regole democratiche, delle libertà, nel nome e nel segno della sicurezza), e soluzioni “esterne” (magari una guerra del Golfo-2, un’altra Ue).

Guardiamoci, infatti, da chi è pronto a esaltare “l’umanità” e basta (slogan che ricorrono troppo, da certa sinistra intellettuale in poi); l’umanità senza Dio, come unica condizione per vivere in democrazia, in pace, secondo giustizia e liberi da ogni terrorismo. La verità, semmai, è opposta: è proprio dalla mancanza di Dio nella storia degli uomini che nascono e tornano le peggiori dittature e si fanno le guerre mondiali (nazismo, comunismo etc).

Geopolitica. Non è un’ipotesi peregrina: oggi qualcuno vuole organizzare (fase-1) “una guerra di religione contro l’Islam”, usando magari i valori giacobini e laicisti della Rivoluzione francese e la Croce ridotta ormai a icona libertaria (visto la evidente de-cristianizzazione europea), per poi combattere (fase-2) pure il cristianesimo (laddove non si spegne da solo), e per poi finire con l’edificazione di un mondo globale, laicizzato, pacificato, di atei, tutti integrati e tutti consumatori, abitanti dell’unico “mega-villaggio-supermercato dell’economia e della finanza”. Un mondo di apolidi, sradicati (senza identità storiche, culturali, familiari, religiose), di precari (senza identità sociali, lavorative) e di asessuati (senza identità sessuale: è l’approdo ultimo dell’ideologia gender).

Le prove. Ripeto: cosa si nasconde dietro parole emergenziali, come quelle pronunciate dal presidente francese Hollande e raccolte dai leader europei, tipo sicurezza a costo di limitare la libertà, tipo compressione dei diritti? Le bombe democratiche in Oriente? Il passaggio indolore di disegni interni che altrimenti, col controllo dei popoli, non passerebbero? Il blocco delle elezioni che vedrebbero trionfare forze politiche contrarie al mondialismo (la Le Pen in Francia e Grillo o Salvini in Italia?).

E ancora: c’è il fondato sospetto che si voglia utilizzare l’Isis per condurre “una guerra mondiale per conto terzi”: una nuova guerra fredda tra Obama (artefice, per il momento, di una politica estera a dir poco disastrosa e contraddittoria) e Putin, il quale sollecitando una riposta globale al terrorismo di matrice islamica, diventando immediatamente partner “bilaterale” della Francia e prendendo direttamente l’iniziativa in Siria, ha avuto il pregio e il merito di dividere l’Occidente, dettare le carte prima degli Usa, far dimenticare l’Ucraina e passare da vittima rispetto al passato (le sanzioni).

Ebbene sì, il tema geo-politico e geo-economico è basilare: il controllo delle fonti di energia, del petrolio (occupati dall’Isis e rivenduti a basso costo alle multinazionali), e del gasdotto. In ciò sta la disputa vera. Se si volesse far realmente la guerra al Califfo, basterebbe, da parte di Obama, rompere con i suoi alleati medio-orientali (Arabia, Qatar, Emirati arabi, Kuwait), principali finanziatori dell’Isis. Che, da sunniti, vogliono distruggere il fronte sciita (Siria, Iran, Libano) che, guarda caso, è alleato della Federazione russa. Chiaro? E che dire dell’Egitto, unico nemico africano dell’Isis che, in quel continente procede per associazione di bande “simili” (modello-franchising), vittima dell’ultimo attentato aereo da parte dei fanatici, e alleato di Putin? E che dire della Turchia, assolutamente ambigua nello stare con i piedi in due staffe (quanto hanno fatto male i fischi nel minuto di silenzio allo stadio, denotando un montante atteggiamento anti-occidentale)?

Allora è ovvio che le risposte debbano essere altre, ma non la guerra. Specialmente la guerra di terra. Sarebbe la guerra in casa nostra e la compattazione del mondo islamico radicale contro l’Occidente.

Spunti e appunti. Il dibattito, da adesso in poi, non si può limitare al duello “guerra sì-guerra no” e sulle sue modalità. La strage di Parigi deve interrogarci nel profondo. Può essere per noi un’occasione da non perdere, forse l’ultima occasione che abbiamo per un esame di coscienza irrimandabile. Cerco, quindi, di improvvisare una scaletta.

1) I terroristi, allevati in casa nostra, sono figli del nostro nichilismo. Si tratta di immigrati non integrati, di seconda o terza generazione, sbattuti nelle immense e disumane banlieues, con i nostri figli, altrettanto alienati; scelgono l’Islam, come ascoltano il rap, e come strumento di una rivoluzione purificatrice e moralizzatrice, esattamente come le Br usarono la lotta armata per il comunismo, contro il degrado e l’ingiustizia del capitalismo americano e la società borghese. L’Islam trasformato in ideologia, tra l’altro, è una tipica categoria occidentale che loro ci restituiscono al mittente. Il che dimostra, definitivamente, quanto il semplice eden economico non basti. Sto parlando del fallimento di quasi tutte le politiche di integrazione tentate finora (modello multirazziale anglo-sassone, modello di assimilazione francese). Il miraggio del benessere, del posto di lavoro, della semplice legalità, il rispetto delle regole, non sono sufficienti a creare una cittadinanza virtuosa. Non si è mai affrontato, fino in fondo, il tema dell’integrazione culturale. Perché avrebbe impegnato politica e cultura, legislatori e rappresentanti delle istituzioni, a un duro lavoro sulle sintesi e sulle incompatibilità proprio culturali. Innanzitutto, c’è da sciogliere un nodo fondamentale: parlando di Stati plurali e moderni, basta la mera legalità o ci deve essere il primato della “casa che accoglie”, ossia il dna di un popolo, la sua identità storica, culturale, religiosa? Se sì, tornano inesorabilmente alla luce le parole del cardinal Biffi, quando si riferì all’immigrazione compatibile e all’immigrazione incompatibile con le nostre tradizioni. E pose fortemente la questione islamica, in quanto “religione a vocazione egemonica”, incapace di dialogare. Esiste un Islam moderato o si tratta unicamente di islamici annacquati, occidentalizzati, secolarizzati? La società multiculturale è morta o deve essere ripensata?

2) I terroristi, invece, che vengono da fuori con i barconi, segnano la sconfitta del buonismo di sinistra, in tutte le sue declinazioni. Mi aspetto da certi intellettuali astratti e dai responsabili delle politiche progressiste un generale mea culpa. Hanno anche loro sempre rimandato i conti con l’integrazione culturale e le sue incompatibilità, vagheggiando un garantismo sbracato verso tutti, una democrazia globale e cosmopolita (senza identità), un livellamento degli uomini verso il basso, assolutamente suicida. E ora ne paghiamo le conseguenze. I rifugiati che arrivano in massa da noi, servono a tutti: agli imprenditori che necessitano di nuovi schiavi da sfruttare; alla sinistra per guadagnare i voti, a Salvini per alimentare le paure, allo Stato e al fisco per racimolare nuovi contribuenti, alla criminalità organizzata per reclutare nuovi soldati. Perché la sinistra non si è mai impegnata in concrete politiche in difesa della famiglia, per proteggere e favorire (anche con strategie mirate di sostegno) il dono di mettere al mondo i figli? Lo ius soli, a conti fatti, e dopo il salto di qualità dell’Isis, è una garanzia di integrazione multiculturale o un pericolo? Il confronto è aperto.

3) Facciamo bene, infine, a non avere paura e a voler continuare a difendere il nostro stile di vita. Se ci chiudessimo in casa avrebbe vinto l’Isis. Ma quale stile di vita difendiamo? Guardiamo in faccia la realtà. Sembra che il dibattito mediatico e culturale insista, in alcune trasmissioni tv e sulla rete, esclusivamente sulla nostra infantile incapacità di rinunciare al ristorante, alla musica, allo stadio. E sul divertimento ci hanno punito. Ma l’andare al cinema, ascoltare musica, mangiare, è l’effetto della libertà, non la sua condizione. La nostra superiorità è il divertimento? Mi rifiuto di pensarlo. Dalla società italiana ed europea mi aspetto molto di più; mi aspetto una reazione molto diversa per esorcizzare la paura: bisogna scendere in piazza, per chi crede, andare a messa, mobilitarsi, andare sotto i palazzi della politica e pretendere dalla classe dirigente leggi serie, sulla sicurezza, sull’identità, sulla famiglia.

Questo per me è il vero stile di vita. L’Isis ci ha messi di fronte ad uno specchio: quale identità abbiamo noi? Che tipo di libertà difendiamo? Cosa siamo? Lo ha ammesso recentemente anche Ernesto Galli della Loggia: l’Europa non è più cristiana e non è più liberale. Quando gli intellettuali del nostro politicamente e culturalmente corretto esaltano la “generazione Bataclan” (progressista, cosmopolita), si rendono conto di quello che dicono? Sanno che quei poveri ragazzi, innocenti e vittime del nuovo nazismo, ascoltavano però musica su Satana senza magari neanche dargli più importanza (la band porta il nome emblematico di “Morte metallica”)? Ecco, ho fatto ricorso ad un esempio duro, ma plastico di ciò che intendo.

Tra chi usa Dio (l’Isis) per uccidere e chi lo nega in nome della democrazia (l’Occidente secolarizzato ed edonista), c’è un immenso terreno da coltivare con amore: quello del Vangelo.
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