Obama e la crisi del settimo anno

20 novembre 2015 ore 14:01, intelligo
Obama e la crisi del settimo anno
di Alessandro Corneli.

Diciamo subito che quello americano è un buon sistema: inderogabilmente, da Truman in poi, nessun presidente può svolgere più di due mandati consecutivi. Ma nessun sistema è perfetto. Nel corso del primo mandato quadriennale, la maggiore preoccupazione del presidente in carica è di fare una politica sensibile alle correnti prevalenti nell’opinione pubblica, dettata dal semplice scopo di essere rieletto: ciò che è avvenuto otto volte su dodici. Si sostiene, quindi, che è nel corso del secondo mandato che un presidente dà il meglio di sé, cercando di realizzare i punti più significativi del suo programma, affrontando le critiche e le opposizioni, perché sa di non rischiare in quanto non può partecipare a un’altra competizione elettorale. In qualche caso mette in imbarazzo il suo partito quando vuole favorire un candidato che invece non piace al partito a cui interessa solo proporre un candidato con alta probabilità di vittoria per non perdere la Casa Bianca e le migliaia di posti di potere assegnati su base politica. 

Non sempre, però, a un presidente alla fine del secondo mandato le cose riescono bene per il semplice motivo che, all’interno e all’esterno, la sua credibilità diminuisce con il passare degli anni. Nessuno, infatti, può essere certo che il suo successore, eventualmente dell’altro partito, seguirà la stessa politica. Così il quarto anno di presidenza del secondo mandato, in cui è appena entrato anche Barack Obama, può risultare drammatico: la voglia di fare e di lasciare un segno si scontra con l’attenzione calamitata sempre più dalla gara delle primarie che culmina nelle due convenzioni da cui escono i ticket presidenziali. 

Nel primo quadriennio, Obama si è concentrato sulla crisi economica, di fatto lasciando mano libera alla Federal Reserve che ha inondato il Paese di migliaia di miliardi di dollari e finalmente è arrivata a portare la disoccupazione al 5% e ad avviare una ripresa che gli esperti, comunque, ritengono ancora fragile. Sul piano sociale, Obama ha migliorato il sistema di assistenza sanitaria, che però ha creato dissensi a fronte dei consensi. Quanto alla battaglia per il clima, i fatti sono stati al di sotto delle promesse. Perciò l’attenzione è gradualmente scivolata sulla politica estera, che non era il terreno preferito da un presidente che, poco dopo essere stato eletto, era stato insignito del premio Nobel per la pace

Però Obama si è dato da fare. Con la Cina, principale partner economico, ha assunto una politica altalenante e non ha trovato di meglio che costruire una cintura di protezione anticinese con il Trattato transpacifico, il cui punto debole risiede nel fatto che la Cina resta pur sempre la maggiore potenza economica con cui i partner asiatici devono fare i conti. Anzi, Pechino ha lanciato un Banca per lo sviluppo delle infrastrutture alla quale ha subito aderito il Regno Unito, rompendo il tradizionale fronte di solidarietà con Washington. La Germania, a sua volta, ha intensificato le relazioni economiche con la Cina. A che serve, allora, fare la voce grossa e mandare navi militari per contestare ai cinesi la sovranità su alcuni isolotti? È vero che, nei fondali dei mari circostanti ci possono essere giacimenti di preziosi idrocarburi, ma gli Usa, con lo shale oil e lo shale gas, non ne hanno bisogno. Può darsi che questo agitarsi induca il Giappone, che non riesce ad uscire dalla crisi nonostante il suo particolare Quantitative easing, a riarmarsi, ma in quale prospettiva? 

È chiaro che non ci sarebbe bisogno di alzare la temperatura in Estremo Oriente proprio mentre in Medio Oriente essa è salita al massimo, nel corso degli ultimi quattro anni, prima con il fallimento delle “primavere arabe” appoggiate dallo stesso Obama, poi con l’apparizione sulla scena del Califfato, che ha conquistato un territorio e da esso minaccia tutti i “crociati” e ha iniziato a colpirne alcuni. Invece Obama ha puntato ad alzare la tensione con la Russia sulla questione dell’Ucraina, inimicandosi molti paesi dell’Europa occidentale che con Mosca avevano stabilito forti relazione economiche e non credono che Putin voglia assalirli con le divisioni blindate, di cui si parlava ai tempi di Stalin, o con i missili SS-20 dei tempi di Breznev

Tenuto conto del fatto che Obama non ha risolto né la questione dell’Afghanistan né quella dell’Iraq, ereditate da George Bush Jr., al recente vertice del G20 si è limitato a dire che il Califfato “è il diavolo”, confermando che gli Usa continueranno a combatterlo dall’aria. Si capisce che non voglia morti da rimpatriare, ma l’immagine della superpotenza non sembra quella di chi voglia impegnarsi in modo risoluto. Anche Hillary Clinton ha preso le distanze. Infine non regge molto il parallelismo tra un Putin buono nella lotta contro l’Isis e un Putin cattivo in Ucraina. Questa posizione di Obama è pericolosa. La voglia di lasciare un segno nell’ultimo anno della sua presidenza potrebbe indurlo a gesti poco calcolati. In questo caso, gli effetti peggiori ricadrebbero sugli alleati (?) europei ben più che sulla superpotenza protetta da due oceani.
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