Marino strumentalizza il Papa, ma Vallini e la Cei lo attaccano

20 ottobre 2014 ore 10:44, Americo Mascarucci
Il vicariato di Roma è sceso in campo criticando la scelta ideologica del sindaco
Marino strumentalizza il Papa, ma Vallini e la Cei lo attaccano
Ignazio Marino il quale, sfidando il divieto del ministro degli Interni Angelino Alfano, ha registrato sedici matrimoni omosessuali contratti all’estero. Il cardinale Agostino Vallini non si è ancora uniformato al modernismo e non è il solo visto l’ammorbidimento delle posizioni ultra progressiste che si erano evidenziate nelle prime sessioni del Sinodo sulla famiglia. La relazione di apertura ai divorziati risposati e alle unioni gay infatti, non ha ottenuto il quorum dei due terzi dell’assemblea, segno evidente di una distanza dell’episcopato dalle aspettative e dai desiderata del cardinale Walter Kasper il capofila del fronte riformatore. La Chiesa è misericordiosa, questo è vero, e guai se non fosse aperta ed accogliente verso tutti, iniziando dai peccatori. Ma questo abbraccio non può prescindere da una piena coscienza del peccato commesso e da una chiara volontà di rimessione (a proposito pare si continuerà ad usare il termine peccato e non quello soft di imperfezione come avrebbero desiderato Kasper e company). Soprattutto sono state frenate e di molto le aspirazioni del fronte progressista, di far prevalere la misericordia sulla dottrina quando invece è apparso chiaro come non può esservi misericordia se non in pieno accordo con la dottrina. Vallini dunque, ed i vertici della Conferenza episcopale italiana, hanno duramente criticato il comportamento del sindaco Marino, il quale fino a ieri si è fatto scudo proprio delle aperture di papa Francesco e dell’auspicato rinnovamento della Chiesa sui temi etici.  Marino, bravo in passato nel far sorgere dubbi al cardinale Carlo Maria Martini sui valori cosiddetti non negoziabili, ha voluto compiere un atto di forza registrando i sedici matrimoni gay pur sapendo perfettamente come quell’atto non comporti alcuna efficacia sul piano giuridico. Il sindaco di Roma ha parlato di gesto puramente simbolico, ma necessario per far comprendere come in Italia sia arrivato il momento di riconoscere a tutti gli effetti le unioni fra persone dello stesso sesso. Non solo al Campidoglio si sono viste coppie omosessuali orgogliose di aver visto riconosciuto, seppur sul piano puramente simbolico, il loro diritto ad amarsi e costituire una famiglia, ma alcune si erano pure portate al seguito i figli avuti da precedenti relazioni, il tutto con l’obiettivo di far passare il messaggio molto discutibile che i bambini possono crescere felici anche con due padri, due madri o due chissà cosa. Ma il fatto sconcertante è aver visto un sindaco, quindi un rappresentante dello stato, un pubblico ufficiale sfidare un ministro degli interni, trasgredendo una sua direttiva nella quale è chiaramente specificato che non possono essere registrati in Italia matrimoni fra persone dello stesso sesso e aprendo inevitabilmente un conflitto con l’autorità di governo sul territorio, ossia il prefetto, che ora non potrà non intervenire ed invalidare gli atti. Se l’Italia fosse un Paese serio, il sindaco di Roma, così come gli altri sindaci che hanno scelto apertamente di “disubbidire” ad una specifica direttiva del governo, sarebbero stati subito sospesi dalle funzioni con ordinanza prefettizia, cosa che non accadrà visto che Marino potrà contare sull’appoggio di una larga fetta dell’esecutivo, premier Renzi compreso che su questo argomento è da sempre particolarmente sensibile. Adesso vallo a spiegare ai cittadini che ritengono ad esempio un’ingiustizia pagare tasse troppo elevate; per quale motivo un sindaco può permettersi il lusso di trasgredire una direttiva ministeriale ritenendola ingiusta, mentre il semplice cittadino si trova obbligato a rispettare ogni normativa imposta dallo stato anche la più iniqua? Caro Marino si goda gli applausi del mondo gay ma la prossima volta mostri più rispetto verso i tanti cittadini italiani che diversamente da lei non possono permettersi certe bravate, trasgredendo le leggi dello stato o inventandosene di nuove.
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